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giovedì 19 gennaio 2017

Quando nella scuola si sgonfia la bolla digitale...

Premetto: sono un presuntuoso e su certe cose non ritengo vada la pena di ragionarci più di tanto. Cioè, se si hanno idee e progetti e si vogliono portare avanti, non si può passare metà del tempo a confutare le sciocchezze altrui.
Così, quando intravedo in Facebook parole di insegnanti sul probabile sostanziale fallimento del PNSD, non vado a leggere la sfilza lunghissima di commenti, ma suppongo che la sigla (grandi cose le sigle, e la mia preferita attraverso i decenni resta MinCulPop!) per esteso si riferisca al Piano Nazionale per la Scuola Digitale e così, non senza un sorriso di soddisfazione, sono qui a fare alcune considerazioni.
Dunque, la scuola come istituzione (diverso ovviamente il discorso per i docenti che, singolarmente o a gruppi, hanno fatto e fanno cose egregie) di computer, informatica e digitale non ha mai dato l'impressione di capirci molto. Dato che qualche anno e ricordi ce li ho, riassumo.
 
Uso intelligente di aula informatica: programmazione in LOGO
Nel 1985, erano già alcuni alcuni anni che maestri e professori volenterosi cercavano invano di scrivere in BASIC sui Commodore 64 programmi per gestire gli orari scolastici (mission impossible!). La scuola se ne esce allora con il primo Piano Nazionale per l'Informatica, della ministra Falcucci, basato sull'apprendimento del BASIC e dell'MS-Dos. Un colossale sciocchezza, e non col senno di poi - giuro che scappava da ridere anche allora! - perché l'anno prima era uscito il Macintosh ed era assolutamente chiaro che per usare i computer del “futuro” non sarebbe servito imparare a programmare, ma sarebbe bastato un dito! Ma vallo a spiegare al Ministero che i pc saranno d'ora in podi macchine più per letterati, artisti e poeti che per matematici!

Arrivano poi gli anni Novanta, le “aule informatiche” del Ministro Berlinguer: carrettate di pc (e di soldi) spesi per riempire le scuole di ferraglia (hardware), comperate tutte insieme (per poi domani buttarle via tutte insieme). Carrettate di pc di cui nessuno sapeva bene cosa farne, anche perché nessuno dava indicazioni sul loro possibile uso e sui programmi (software). Il modello di aula informatica – per inciso – risale agli anni Sessanta, cioè non c'entra niente con i personal computer, che viceversa – e non col senno di poi, dato che io ed altri lo andavamo ripetendo allora, e per questa stavamo antipatici – nelle scuole andrebbero tenuti in classe e usati quando servono, per scrivere, disegnare, fare simulazioni, grafici, calcoli e quant'altro, utili strumenti per tutte le materie.

Nel frattempo, non solo nella scuola, ma in tutta quanta la società civile, si moltiplicavano i corsi di “informatica” basati essenzialmente sull'Office di Microsoft - magari sarebbe stato meglio chiamarli corsi di dattilografia! - confermando l'idea che per l'appunto l'Office sarebbe la base su cui si misura l'uso dei computer, su cui addirittura si rilascia una Patente Europea! Cioè, se io non so usare tutte le funzioni matematiche di Excel, non posso “guidare” un computer per fare grafica, video o musica, perché non avrei le competenze di base! Follia!
Uso attivo della LIM in una scuola primaria

E venne il tempo delle LIM, l'ennesima “rivoluzione”, con annessa fiera delle bestialità. Sentito con le mie orecchie in convegni ufficiali importanti: “Bisogna mettere le lavagne digitali nelle scuole, perché pensano come loro!” (??? NDR: i “nativi digitali”!) Oppure, ripeto con parole mie quelle di un tizio del ministero: “Non diciamo alle maestre che sotto la LIM c'è un PC, così non si spaventano!”

Poi venne il tempo dei Tablet, magica soluzione per ogni cosa, rassicurante rivoluzione nel segno della continuità, a salvaguardare l'idea di una scuola di libri e lavagne, sì ma digitali! Il pc è superato, il mouse è superato, tutto si fa con un dito che accarezza lo schermo (tutto cosa?). Domanda maligna, a quegli istituti che a un certo punto decidono di imperniare il loro futuro sui tablet (quelli nudi e crudi, originali, senza tastiera annessa): “D'accordo che vanno benissimo per leggere, ma nella scuola non è che vi capita per caso anche di scrivere?).
Anche i gatti sono nativi digitali e "sanno usare" i tablet!

I tablet, per la loro “natura”, sono macchine orientate alla consultazione più che alla produzione, e confermano l'idea corrente che la “rivoluzione digitale” sia poter leggere il giornale e guardare la TV sull'aggeggio portatile. Questo evita che la gente (i consumatori, i cittadini, gli studenti) si rendano conto che i giornali e la TV, usando i PC, la rete, l'intelligenza e soprattutto collaborando tra gli umani, oggi possiamo letteralmente farceli da noi!

Poi, finalmente, il Coding! Cioè, in una scuola dove la stragrande maggioranza di docenti e anche di ragazzi non sanno tagliare una fotografia, dove le attività anche le migliori di regola (a parte le eccezioni di pochi insegnanti benemeriti, volenterosi e spesso mal visti dai colleghi) non vengono documentate o lo sono in modo improvvisato e approssimativo, cioè si è rinunciato in partenza a quella produzione di memoria che è il senso forse più profondo dell'era “digitale”, in questa scuola ferma a decenni fa, adesso tutti si mettono a studiare programmazione! Eeeh?

Chiedo scusa, ma se ora l'idea di una scuola "digitale", popolata di ossimori (gli animatori digitali, dove l'animazione è per sua natura euristica, il digitale algoritmico, concetti e metodologie che non stano bene insieme, proprio no!), docenti messi lì dai colleghi più furbi a barcamenarsi per trovare un senso educativo e didattico in definitiva ai capricci del mercato, questa idea davvero sta perdendo appeal e consensi, allora è un buon giorno per la scuola italiana. Un'occasione forse - se la si vuole cogliere - per ripartire dai bambini, dai ragazzi, dalle persone che nella scuola ci lavorano, e trovare magari un senso vero vissuto, necessario anche alla tecnologia, che a questo punto si potrebbe rivelare finalmente – sorpresa! - non solo utile, ma bella, facile e perfino divertente!

venerdì 1 aprile 2016

C'è una app per tutto? Ma anche no, per carità!

Ci sono applicazioni che servono per fare le cose. Una volta le chiamavamo “programmi” o “software”. Servono per scrivere questo articolo, per elaborare una foto, per fare musica, per collegarsi alla rete come utente o per organizzare il proprio sito web o il blog. Vanno installate sul computer, telefonino, tablet, oppure sono utilizzabili direttamente on line. Cosa sia meglio, dipende dalle circostanze, dai gusti, dalle abitudini di ognuno.
Io per esempio, per scrivere cose come questo articolo preferisco in genere lavorare off line con un programma di testi installato nel computer e poi incollare quello che ho scritto nella maschera del blog, che si basa invece se un software residente in rete. A volte mi capita di avere idee mentre sono in giro, e allora incomincio a scrivere direttamente dallo smartphone, depositando il contenuto in rete in uno spazio mio nel cosiddetto cloud, che è sincronizzato con tutti i dispositivi che uso. Di modo che poi possono continuare il lavoro con il tablet, il pc portatile, o anche il tower di casa. Ci sono programmi per cui adopero solo il pc grande, per esempio per montare i video, utilizzando due monitor. Mentre il software per accordare la chitarra è decisamente più comodo sul telefonino!
Ci sono però app che non sono programmi veri e propri, ma più propriamente “scorciatoie” verso pagine web, che in maniera più agile e rapida mi collegano direttamente alla banca, al provider telefonico, all'agenzia di viaggi, e così via. Se sono servizi che uso spesso, conviene installarle. Convengono anche per esempio quelle che da una sola schermata di partenza consentono di accedere a gran quantità di giornali, TV, radio.
Ma se un servizio lo utilizzo solo una volta ogni tanto, oppure se il link alla pagina di Wikipedia mi viene dato in tempo reale da un motore di ricerca, eventualmente combinato con un “assistente personale”, il tutto con la rapidità del wi-fi o del 4G, è molto più comodo e agevole usare un solo browser, eventualmente con la sua bella lista di “preferiti”, che non una quantità spropositata di app, che mi intasano inutilmente la memoria del telefonino.

E invece, siamo alle solite. Nel momento in cui si introducono le innovazioni, a decine, a centinaia, ogni “innovatore” che ci si propone si comporta come se ci fosse solo lui. Tutti, per “facilitarci la vita”, ci impongono un nome utente e una password, e adesso anche ci vincolano ad una apposita app, naturalmente da scaricare e installare. Decine, centinaia di app, che ci consentono di fare cose prima impossibili come, per esempio, ordinare una pizza!

Ognuno ovviamente col suo telefonino e tablet ci fa quello che vuole ma, tra gli effetti collaterali di questa inflazione di app monouso e monodose, a prova di analfabeti, c'è proprio una caduta tendenziale del tasso di alfabetizzazione necessaria per poter utilizzare gli aggeggi digitali che, se da un lato permette a tutti, proprio a tutti, di usarli (democrazia?), dall'altro abbassa il livello di consapevolezza collettiva di quelli che in fondo sono soltanto i linguaggi su cui si basa la società dell'informazione, che ormai tutti parlano, che pochi sanno leggere e sempre meno, in percentuale, sanno e sapranno scrivere.
Così, non solo i computer, che sono le macchine con cui si fa la società dell'informazione, ormai appaiono nell'immaginario collettivo come dispositivi obsoleti e in via di estinzione, perché su facebook si va più comodamente con un tablet (!), ma la stessa rete telematica planetaria viene sempre più frequentata da gente che forse nemmeno lo sa di essere in rete, che vi accede come a un supermercato globale che offre servizi ai suoi clienti, senza più neanche l'idea che ci sono rotte attraverso cui si può navigare, link che magari potremmo organizzarci noi, perché ogni indirizzo e ogni funzione vengono raggiunti direttamente attraverso un apposita app.
È la morte del web, la rinuncia alla cittadinanza attiva digitale, la “comodità” che alla lunga uccide la consapevolezza del mondo, virtuale o reale che sia, in cui viviamo.
Fino a ieri si diceva: vai a vedere il nostro sito.Troppo difficile! Ora si dice direttamente: scarica la app! E il processo di de responsabilizzazione è completo!

Forse non è una caso se in anni recenti, alla sempre più planetaria e capillare diffusione di “tecnologia”, non si può certo dire corrisponda un aumento dei livelli di partecipazione democratica, dialogo, conoscenza reciproca e collaborazione tra gli umani. Ma si tratta di due discorsi che forse non hanno alcuna relazione tra di loro, anzi, sicuramente richiedono due app differenti!