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martedì 23 gennaio 2018

Gli strumenti per fare il video, 2


Nell'articolo precedente, si è raccontato come i bambini possono facilmente fare in prima persona della buone riprese video. Le semplici regole da seguire sono, in sintesi:
  • tenere sempre ben ferma la videocamera, anche quando la si muove
  • fare riprese brevi, e alla fine di ogni "frase", staccare
  • prima di ricominciare, cambiare il punto di vista.
In questo modo, il girato avrà facilmente un suo aspetto dignitoso anche senza montaggio (che però in ogni caso, per un prodotto finale presentabile, ci vuole).

Poi si è accennato al fatto che alcuni strumenti abitualmente usati per le riprese video, in particolare le macchine fotografiche, presentano problemi nella cattura del sonoro. Ma in generale è l'ambiente scolastico in sé – cioè il luogo più naturale dove i bambini possono girare i loro film – ad essere rumoroso (i corridoi), rimbombante (le palestre) e anche nell'aula momentaneamente più silenziosa (l'attenzione all'attività può fare miracoli) ci sarà sempre qualcuno che non sta fermo nel banco e i rumori delle sedie sul pavimento sono micidiali.
Purtroppo solo le videocamere di un certo livello e le fotocamere reflex hanno l'attacco per le cuffie audio, così come per un microfono esterno direzionale che – ne esistono di buoni a prezzi non proibitivi – può migliorare drasticamente la qualità del parlato. Dal punto di vista dei bambini poi, per cui la "rappresentazione" come un gioco di quello che stanno facendo conta come e più dell'azione stessa di fare il video, mettersi le cuffie e stare attenti al sonoro è altrettanto importante che osservare le inquadrature dentro il display, così come potrebbe esserlo – ma in questo caso si va oltre una pur buona dotazione amatoriale – il tenere a mano un microfono professionalmente appeso a una "giraffa". Quest'ultima operazione si può simulare evitando di agganciare il microfono esterno all'apposita staffa sulla macchina da ripresa e dandolo in mano a un bambino, che lo deve poi puntare in accordo con la direzione dell'obiettivo. Dal punto di vista della motivazione e del "gioco", è certo molto più coinvolgente e appagante che fare le riprese con un telefonino.

Tra gli accessori, sottovalutato da molti, il treppiede – con una testa video fluida e apposita manopola da usare per le panoramiche - può fare la differenza nei nostri video dall'invedibile al quasi professionale. Anche se le macchine di oggi sono spesso molto leggere, anche solo per sostenere un telefonino – per cui esistono pratici ed economici adattatori a molla - serve un aggeggio stabile, con i piedini ben piantati per terra che consenta movimenti esatti e armonici. Anche senza andare su prodotti di gamma medio-alta con testa intercambiabile, vale la pena davvero in questo caso di spendere qualche euro in più (non tanti, comunque), tenendo conto che un buon treppiede dopo dieci anni è praticamente ancora nuovo.

Il montaggio è la grammatica del video, che consente alle nostre produzioni di andare oltre le frasi sconnesse per comporre discorsi compiuti, con un loro senso. E non si fa con un telefonino!
Tagliare e incollare seriamente un video vedendolo in un monitor di 5 pollici o poco più è un'impresa impossibile, nonché uno strazio per gli occhi di chiunque e, anche se esiste software per smartphone e tablet, in certi casi decente, eventualmente utile per operazioni al volo o di emergenza, per fare un montaggio vero occorre un computer, possibilmente collegato a un monitor di grandi dimensioni, anzi meglio due, uno da cui si comanda il programma e l'altro per vedere il video a tutto schermo. Il tutto è molto più tranquillo di quanto non si creda, dato che si può utilizzare anche un comune televisore, collegato con un cavo HDMI.
Software di montaggio potenti e completi gratis – come per l'ufficio e la grafica sono Open e Libre Office o GIMP – a parte il buon vecchio iMovie di Apple (che non si può dire “migliorato” con gli anni!) non ce n'è. L'equivalente gratuito sul versante Microsoft, Movie Maker, non è più fornito insieme con Windows 10, si può comunque ancora scaricare, ma personalmente lo trovo piuttosto povero.
Ho provato poi diversi programmi indicati qui e là come “gratis” che, o non lo sono davvero, o offrono prestazioni decisamente limitate, o sono comunque poco utilizzabili dai non esperti. Senza per forza rivolgersi a software professionale, come Adobe Premiere, Vegas Pro (ex Sony), Magix Pro, o Final Cut sui Mac, ci sono però diverse applicazioni che costano qualche decina di euro e che permettono la realizzazione facile e intuitiva di montaggi di grande qualità, con tante piste audio e video, titoli, transizioni, elaborazioni di ogni tipo ed effetti speciali che solo pochi anni fa erano impensabili fuori dalle grandi case di produzione. Provandoli anche solo in alcune delle loro funzioni, anche i bambini facilmente ritrovano gran parte della cultura televisiva latente che proviene dalla loro comunque grande esperienza di telespettatori e possono toccare con mano cosa vuol dire essere “dall'altra parte”, quella dei produttori di informazione. Cosa che con software di puro taglia e incolla, oppure troppo “automatici”, non succede.
Si può scegliere tra programmi appositamente prodotti per il mercato amatoriale (Pinnacle Studio, Corel Video Studio), e versioni ridotte di programmi professionali (Premiere Elements, Magix Video Deluxe, Vegas Movie Studio), che più o meno si equivalgono, dipende anche dai gusti. Un caso a parte è Hit Film Express, un software dall'impostazione piuttosto professionale, gratuito nella versione di base, molto interessante, forse non del tutto intuitivo per i neofiti, ma a mio pare da provare senz'altro. Si può espandere inserendo a pagamento uno per uno una serie numerosa di moduli – ma per avere in mano già un buon programma bastano una ventina di euro - che tutti insieme fanno Hit Film Pro.
Altra finestra gratis sulle produzioni video professionali, soprattutto sulle operazioni che si possono effettuare sul colore (e ci si potrebbero inventare sopra unità didattiche entusiasmanti, che aprirebbero mondi di immaginazione e conoscenza ai ragazzi!), è Da Vinci Resolve, anche se personalmente l'ho provato finora meno di quello che avrei voluto, per problemi subentrati con al mio hardware datato.

mercoledì 8 febbraio 2017

Le catene al collo nel gregge della "tecnologia"

Una volta era semplice. Non volevi ricevere chiamate o SMS mentre dormivi, o avevi il telefonino quasi scarico e non ti fidavi a lasciarlo attaccato alla corrente di notte perché non si sa mai il gatto ti poteva mordicchiare il filo, mettevi la sveglia e semplicemente lo spegnevi. Dopo di che, in quasi perfetto risparmio energetico (senz'altro più risparmio che doverlo tenere sempre acceso, come siamo costretti a fare oggi!), lui all'ora stabilita suonava. Con il "progresso tecnologico", questa cosa banale e che qualcuno magari trovava utile non si può più fare più. Perché?

Quando i telefonini servivano per telefonare
Se si pone la domanda, il solito saccente tecno entusiasta ovviamente non ti risponde (giratela come volete: non c'è una risposta!), ma ti rivolge un'altra domanda: "E perché mai uno dovrebbe usare la sveglia con il telefono spento?" accompagnandola probabilmente con una frase che è la madre di tutti gli integralismi: "Tanto, non lo fa più nessuno!"

Ora, le ragioni per cui a una nicchia magari ristretta di utenti la funzione sveglia a telefono spento potrebbe ancora interessare, vanno dallo sfizio personale all'emergenza assoluta (compresa la difficoltà di ricarica quando la porta USB fa le bizze!), ma l'altra domanda è semplice: se una funzione c'è, costa poco e qualcuno la usa, perché toglierla?

I computer da tavolo "all in one" di Apple e ora anche il Surface Studio di Microsoft non hanno più l'unità di lettura e masterizzazione ottica (così possono contendersi in una gara appassionante la palma dello schermo più sottile!). L' idea che propongono è che i dischi siano ormai obsoleti (e difatti nei negozi non si vedono più da tempo CD audio, DVD video, blu-ray... Non è che ci stiamo confondendo con le musicassette?) e il solito tecno entusiasta ti dice, con aria di sufficienza: “Io i CD non li uso da anni! Chi vuole, si compra un unità esterna!”
Ma, a parte che il masterizzatore esterno che pende mi rovina l'estetica di un oggetto in cui l'estetica è tutto, se mi serve e decido di aggiungerlo vuol dire che so già che cosa un computer può fare con un disco ottico. Ma il bello dei PC è (o forse lo era solo un volta?) che tu hai un aggeggio ricco di un insieme di possibilità pressoché infinite e che, a parte le cose che fai perché le devi fare o perché le fanno tutti, ce ne sono tantissime altre che puoi scoprire, esplorando, curiosando, giocando. È così che – per inciso - si sono formate intere generazioni che poi hanno fatto la storia dell'informatica, con quella spinta “dal basso” che ha determinato tra gli anni Settanta e Novanta un progresso che non avremmo mai avuto, se solo ci fossimo affidati ai piani e agli studi delle grandi aziende che allora avevano il dominio quasi assoluto del mercato, IBM e Microsoft.

Quando ai bambini si dava in mano il loro film, in DVD o VHS
Così oggi i dischi ottici nei PC non servono più perché sta tutto nel cloud (e per vedere il blu-ray che mi hanno regalato devo possedere l'apposito lettore da collegare al TV 4K: altri prodotti, altro mondo! Mentre ovviamente i video 4K fatti con il telefonino li giro rigorosamente in verticale, tanto vanno visti solo sul telefonino!) e le giovani generazioni che arrivano adesso possono bellamente ignorare che una volta i dischi ottici si potevano non solo vedere, ma aprire, frugare, rielaborare con un computer, e si perdono per sempre trent'anni di cultura digitale, in un tempo in cui la memoria si misura a terabyte, ma rigorosamente non deve andare più indietro degli ultimi sei mesi, e il passato è niente! E chi accetta questo trend, gente che sembra non saper distinguere tra un Macbook Air e un PC da tavolo, usa argomenti allucinanti: siccome Block Buster chiude negozi, allora i dischi ottici nei computer non interessano più a nessuno! Altro che integralismo islamico!

Le nuove Mercedes classe E non hanno la ruota di scorta, non hanno il ruotino, se buchi una gomma, arriva l'assistenza! Cercando in rete ho trovato un articolo divertente su questo nuovo “trend” e ho capito come funziona. Adesso so che con la mia nuova Mercedes classe E non viaggerò mai in un deserto Africano o nelle foreste del Borneo, ma sempre e rigorosamente solo in Germania!

Una volta si magnificava della tecnologia l'enorme ventaglio di possibilità che si aprivano per chiunque. Oggi, da alcuni anni, sta succedendo il contrario. Un sacco di funzioni che forse non interessano alla maggioranza, o che potrebbero non interessare, vengono semplicemente tolte, in modo che, invece di avere più possibilità di scelta, siamo tutti costretti ad adeguarci, a seguire il gregge, sempre più dipendenti dal pastore onnipotente e dai suoi cani. Non ci sono emergenze o casi particolari, scelte personali che tengano, c'è sempre meno, se uno non se la va proprio a cercare - ma allora deve sapere già, spsso oltre e contro un mercato orientato sempre più alla gran massa degli utenti modaioli e semi-analfabeti - la possibilità di configurare le macchine secondo i propri gusti, esigenze, curiosità. C'è un raggio di normalità stabilito da chi produce le cose e tu entro quello devi muoverti.
Altro che “on demand” e mercati di nicchia: è il trionfo assoluto e incontrastato della TV generalista!

Ah, per gli eventuali lettori senza troppo senso dell'umorismo (specie sempre più diffusa, che magari passa anche dal mio blog): quando scrivevo della “mia nuova Mercedes classe E” stavo scherzando, non ho una Mercedes classe E!

giovedì 19 gennaio 2017

Quando nella scuola si sgonfia la bolla digitale...

Premetto: sono un presuntuoso e su certe cose non ritengo vada la pena di ragionarci più di tanto. Cioè, se si hanno idee e progetti e si vogliono portare avanti, non si può passare metà del tempo a confutare le sciocchezze altrui.
Così, quando intravedo in Facebook parole di insegnanti sul probabile sostanziale fallimento del PNSD, non vado a leggere la sfilza lunghissima di commenti, ma suppongo che la sigla (grandi cose le sigle, e la mia preferita attraverso i decenni resta MinCulPop!) per esteso si riferisca al Piano Nazionale per la Scuola Digitale e così, non senza un sorriso di soddisfazione, sono qui a fare alcune considerazioni.
Dunque, la scuola come istituzione (diverso ovviamente il discorso per i docenti che, singolarmente o a gruppi, hanno fatto e fanno cose egregie) di computer, informatica e digitale non ha mai dato l'impressione di capirci molto. Dato che qualche anno e ricordi ce li ho, riassumo.
 
Uso intelligente di aula informatica: programmazione in LOGO
Nel 1985, erano già alcuni alcuni anni che maestri e professori volenterosi cercavano invano di scrivere in BASIC sui Commodore 64 programmi per gestire gli orari scolastici (mission impossible!). La scuola se ne esce allora con il primo Piano Nazionale per l'Informatica, della ministra Falcucci, basato sull'apprendimento del BASIC e dell'MS-Dos. Un colossale sciocchezza, e non col senno di poi - giuro che scappava da ridere anche allora! - perché l'anno prima era uscito il Macintosh ed era assolutamente chiaro che per usare i computer del “futuro” non sarebbe servito imparare a programmare, ma sarebbe bastato un dito! Ma vallo a spiegare al Ministero che i pc saranno d'ora in podi macchine più per letterati, artisti e poeti che per matematici!

Arrivano poi gli anni Novanta, le “aule informatiche” del Ministro Berlinguer: carrettate di pc (e di soldi) spesi per riempire le scuole di ferraglia (hardware), comperate tutte insieme (per poi domani buttarle via tutte insieme). Carrettate di pc di cui nessuno sapeva bene cosa farne, anche perché nessuno dava indicazioni sul loro possibile uso e sui programmi (software). Il modello di aula informatica – per inciso – risale agli anni Sessanta, cioè non c'entra niente con i personal computer, che viceversa – e non col senno di poi, dato che io ed altri lo andavamo ripetendo allora, e per questa stavamo antipatici – nelle scuole andrebbero tenuti in classe e usati quando servono, per scrivere, disegnare, fare simulazioni, grafici, calcoli e quant'altro, utili strumenti per tutte le materie.

Nel frattempo, non solo nella scuola, ma in tutta quanta la società civile, si moltiplicavano i corsi di “informatica” basati essenzialmente sull'Office di Microsoft - magari sarebbe stato meglio chiamarli corsi di dattilografia! - confermando l'idea che per l'appunto l'Office sarebbe la base su cui si misura l'uso dei computer, su cui addirittura si rilascia una Patente Europea! Cioè, se io non so usare tutte le funzioni matematiche di Excel, non posso “guidare” un computer per fare grafica, video o musica, perché non avrei le competenze di base! Follia!
Uso attivo della LIM in una scuola primaria

E venne il tempo delle LIM, l'ennesima “rivoluzione”, con annessa fiera delle bestialità. Sentito con le mie orecchie in convegni ufficiali importanti: “Bisogna mettere le lavagne digitali nelle scuole, perché pensano come loro!” (??? NDR: i “nativi digitali”!) Oppure, ripeto con parole mie quelle di un tizio del ministero: “Non diciamo alle maestre che sotto la LIM c'è un PC, così non si spaventano!”

Poi venne il tempo dei Tablet, magica soluzione per ogni cosa, rassicurante rivoluzione nel segno della continuità, a salvaguardare l'idea di una scuola di libri e lavagne, sì ma digitali! Il pc è superato, il mouse è superato, tutto si fa con un dito che accarezza lo schermo (tutto cosa?). Domanda maligna, a quegli istituti che a un certo punto decidono di imperniare il loro futuro sui tablet (quelli nudi e crudi, originali, senza tastiera annessa): “D'accordo che vanno benissimo per leggere, ma nella scuola non è che vi capita per caso anche di scrivere?).
Anche i gatti sono nativi digitali e "sanno usare" i tablet!

I tablet, per la loro “natura”, sono macchine orientate alla consultazione più che alla produzione, e confermano l'idea corrente che la “rivoluzione digitale” sia poter leggere il giornale e guardare la TV sull'aggeggio portatile. Questo evita che la gente (i consumatori, i cittadini, gli studenti) si rendano conto che i giornali e la TV, usando i PC, la rete, l'intelligenza e soprattutto collaborando tra gli umani, oggi possiamo letteralmente farceli da noi!

Poi, finalmente, il Coding! Cioè, in una scuola dove la stragrande maggioranza di docenti e anche di ragazzi non sanno tagliare una fotografia, dove le attività anche le migliori di regola (a parte le eccezioni di pochi insegnanti benemeriti, volenterosi e spesso mal visti dai colleghi) non vengono documentate o lo sono in modo improvvisato e approssimativo, cioè si è rinunciato in partenza a quella produzione di memoria che è il senso forse più profondo dell'era “digitale”, in questa scuola ferma a decenni fa, adesso tutti si mettono a studiare programmazione! Eeeh?

Chiedo scusa, ma se ora l'idea di una scuola "digitale", popolata di ossimori (gli animatori digitali, dove l'animazione è per sua natura euristica, il digitale algoritmico, concetti e metodologie che non stano bene insieme, proprio no!), docenti messi lì dai colleghi più furbi a barcamenarsi per trovare un senso educativo e didattico in definitiva ai capricci del mercato, questa idea davvero sta perdendo appeal e consensi, allora è un buon giorno per la scuola italiana. Un'occasione forse - se la si vuole cogliere - per ripartire dai bambini, dai ragazzi, dalle persone che nella scuola ci lavorano, e trovare magari un senso vero vissuto, necessario anche alla tecnologia, che a questo punto si potrebbe rivelare finalmente – sorpresa! - non solo utile, ma bella, facile e perfino divertente!

venerdì 1 aprile 2016

C'è una app per tutto? Ma anche no, per carità!

Ci sono applicazioni che servono per fare le cose. Una volta le chiamavamo “programmi” o “software”. Servono per scrivere questo articolo, per elaborare una foto, per fare musica, per collegarsi alla rete come utente o per organizzare il proprio sito web o il blog. Vanno installate sul computer, telefonino, tablet, oppure sono utilizzabili direttamente on line. Cosa sia meglio, dipende dalle circostanze, dai gusti, dalle abitudini di ognuno.
Io per esempio, per scrivere cose come questo articolo preferisco in genere lavorare off line con un programma di testi installato nel computer e poi incollare quello che ho scritto nella maschera del blog, che si basa invece se un software residente in rete. A volte mi capita di avere idee mentre sono in giro, e allora incomincio a scrivere direttamente dallo smartphone, depositando il contenuto in rete in uno spazio mio nel cosiddetto cloud, che è sincronizzato con tutti i dispositivi che uso. Di modo che poi possono continuare il lavoro con il tablet, il pc portatile, o anche il tower di casa. Ci sono programmi per cui adopero solo il pc grande, per esempio per montare i video, utilizzando due monitor. Mentre il software per accordare la chitarra è decisamente più comodo sul telefonino!
Ci sono però app che non sono programmi veri e propri, ma più propriamente “scorciatoie” verso pagine web, che in maniera più agile e rapida mi collegano direttamente alla banca, al provider telefonico, all'agenzia di viaggi, e così via. Se sono servizi che uso spesso, conviene installarle. Convengono anche per esempio quelle che da una sola schermata di partenza consentono di accedere a gran quantità di giornali, TV, radio.
Ma se un servizio lo utilizzo solo una volta ogni tanto, oppure se il link alla pagina di Wikipedia mi viene dato in tempo reale da un motore di ricerca, eventualmente combinato con un “assistente personale”, il tutto con la rapidità del wi-fi o del 4G, è molto più comodo e agevole usare un solo browser, eventualmente con la sua bella lista di “preferiti”, che non una quantità spropositata di app, che mi intasano inutilmente la memoria del telefonino.

E invece, siamo alle solite. Nel momento in cui si introducono le innovazioni, a decine, a centinaia, ogni “innovatore” che ci si propone si comporta come se ci fosse solo lui. Tutti, per “facilitarci la vita”, ci impongono un nome utente e una password, e adesso anche ci vincolano ad una apposita app, naturalmente da scaricare e installare. Decine, centinaia di app, che ci consentono di fare cose prima impossibili come, per esempio, ordinare una pizza!

Ognuno ovviamente col suo telefonino e tablet ci fa quello che vuole ma, tra gli effetti collaterali di questa inflazione di app monouso e monodose, a prova di analfabeti, c'è proprio una caduta tendenziale del tasso di alfabetizzazione necessaria per poter utilizzare gli aggeggi digitali che, se da un lato permette a tutti, proprio a tutti, di usarli (democrazia?), dall'altro abbassa il livello di consapevolezza collettiva di quelli che in fondo sono soltanto i linguaggi su cui si basa la società dell'informazione, che ormai tutti parlano, che pochi sanno leggere e sempre meno, in percentuale, sanno e sapranno scrivere.
Così, non solo i computer, che sono le macchine con cui si fa la società dell'informazione, ormai appaiono nell'immaginario collettivo come dispositivi obsoleti e in via di estinzione, perché su facebook si va più comodamente con un tablet (!), ma la stessa rete telematica planetaria viene sempre più frequentata da gente che forse nemmeno lo sa di essere in rete, che vi accede come a un supermercato globale che offre servizi ai suoi clienti, senza più neanche l'idea che ci sono rotte attraverso cui si può navigare, link che magari potremmo organizzarci noi, perché ogni indirizzo e ogni funzione vengono raggiunti direttamente attraverso un apposita app.
È la morte del web, la rinuncia alla cittadinanza attiva digitale, la “comodità” che alla lunga uccide la consapevolezza del mondo, virtuale o reale che sia, in cui viviamo.
Fino a ieri si diceva: vai a vedere il nostro sito.Troppo difficile! Ora si dice direttamente: scarica la app! E il processo di de responsabilizzazione è completo!

Forse non è una caso se in anni recenti, alla sempre più planetaria e capillare diffusione di “tecnologia”, non si può certo dire corrisponda un aumento dei livelli di partecipazione democratica, dialogo, conoscenza reciproca e collaborazione tra gli umani. Ma si tratta di due discorsi che forse non hanno alcuna relazione tra di loro, anzi, sicuramente richiedono due app differenti!

lunedì 28 dicembre 2015

Il digitale e Babbo Natale!

Una buona abitudine che forse dovremmo prendere, in questo mondo che ci ripetiamo essere in continua e tumultuosa trasformazione, è quella di periodicamente ripensare certe categorie mentali attorno a cui il nostro pensiero ruota e si sviluppa, se permangono valide nel tempo o se a un certo punto si svuotano parzialmente o totalmente di significato. A cominciare dall'idea stessa della continua trasformazione, che non ci spiega come, se certi aspetti della nostra vita in effetti sono cambiati molto in pochi anni, altri ci sembrano addirittura segnati da una immobilità avvilente. Per non parlare dell'assioma secondo il quale le tecnologie informatiche sono una cosa da "giovani", che forse andrebbe un pochino rivisto, se non altro perché lo ripetiamo da oltre 40 anni! 

Molto suggestiva, al suo apparire, fu questa idea degli "ambienti di apprendimento digitali". Ma, a parte la bellezza delle parole, a un certo punto la domanda va fatta: ha davvero un senso parlarne? 
A parte questo articolo che sto scrivendo nel cloud, iniziato in treno su un tablet e completato poi nel browser del pc tower di casa, a parte le 3 mappe nel telefonino che mi danno una netta chiara visione satellitare anche di casa mia, a parte gli annunci di fine anno sui giornali che il 2016 ci porterà finalmente una realtà virtuale che funziona (e sarebbe anche ora!) dopo decenni ormai che ci smanetto, che animatamente ne discuto, che osservo da vicino adulti e bambini variamente trafficare con gli aggeggi informatici facendo di tutto, la parola "digitale" mi provoca un sincero fastidio, usata com'è ormai senza un significato preciso (che pure avrebbe) come un jolly universale per imporre al mondo un'ineluttabile  modernità legata alle leggi universali del mercato!

Dopo tanti anni di esperienza, direi anzi che si può incominciare a dirlo: non esiste un apprendimento "digitale"!
E' vero che sono cambiate e anche profondamente le forme di produzione, elaborazione, archiviazione, trasmissione e comunicazione delle idee, ma non si può non rilevare che, per esempio, le idee stesse che passano nelle comunità degli umani sembrano  ricalcare sempre più gli slogan della comunicazione pubblicitaria, piuttosto che beneficiare della ricchezza della rete. E le "descrizioni" del nuovo si svolgono per lo più per sillogismi: Siccome i "nativi digitali" stanno sul web o al telefonino, "quindi"... Dopo di che ognuno fa vangelo delle cose che crede di avere capito, o che si sta immaginando, e con quelle pretende di spiegare il mondo intero. 

Chiacchiere! Che in un libro stampato, un ebook, sul web o al bar, fondamentalmente chiacchiere restano, che ormai nessuno ascolta. Tanto è vero che, a dispetto di un'orgia di strumenti per comunicare mai così abbondante nella storia dell'umanità,  la comunicazione reale tra le persone, i gruppi, le culture, le etnie, le nazioni, sembra ogni giorno sempre più difficile. E sulle colonne parallele di giornali, blog, riviste web, convivono e non comunicano gli articoli che magnificano gli ultimi gadget digitali che una volta di più ci "cambieranno la vita" con quelli che parlano dei muri che si innalzano contro i migranti, come si trattasse di due pianeti distinti! 

L'impressione è che ci hanno messo al tappeto con una overdose di tecnologia che ci espone al rischio di una allucinazione digitale permanente, mentre un dio mercato proto industriale ripete all'infinito i suoi mantra obsoleti (il liberismo è un sogno del Millesettecento!) per non farci capire che con gli aggeggi, se li usassimo fuori dalla gabbia di ideologia in cui ce li confezionano e ce li vendono, forse potremmo davvero cambiare il mondo reale, o almeno agire in modo attivo sulla società civile, la politica, l'economia, la natura, l'ambiente, che viceversa, con lo sguardo fisso nel display del nostro smartphone, percepiamo rassegnati come sempre più al di fuori di ogni nostro possibile controllo. 
Il mondo reale, concreto, sensibile e sociale, non solo teorico e virtuale, che è l'unico vero ambiente salutare di apprendimento e di crescita per gli esseri umani. 

Ovviamente, queste sono le mie idee, per quanto non credo campate per aria, e non l'ennesimo vangelo, e mi piacerebbe sapere altri che cosa ne pensano, magari con un piccolo commento in questo blog. 

Mentre osservo un po' basito il suggerimento di viaggio sul display del mio telefonino, che mi indica con dovizia di particolari tutte le stazioni del treno locale che dovrei prendere da Milano verso la Brianza, ma che fino alla stazione di Brescia mi vorrebbe fare andare a piedi! Eppure, per gli spostamenti in città, la stessa app mi indica con precisione le fermate della metropolitana e tutti gli autobus, ma... evidentemente non riesce a mettere insieme le due informazioni. 
Meraviglie e limiti del "pensiero digitale"!

martedì 25 agosto 2015

Generazione iStupid: Il Nulla e le Mappe

Proseguo con la ripubblicazione di articoli già messi on line a suo tempo in myblog. Questo è del 3 ottobre 2014

Da tempo, di fronte a un conformismo 2.0 imperante e a mio parere estremamente nocivo, sento il bisogno di sostenere che, dal punto di vista del rapporto tecnologia umani, dopo gli anni della partecipazione e condivisione che, verso la fine del secolo scorso, hanno reso possibile la rivoluzione digitale, siamo ormai in piena, galoppante regressione. A potenzialità teoricamente enormi e illimitate (per chi già le conosce!), corrisponde sempre più una offerta effimera e quasi esclusivamente commerciale che non solo non allarga, ma restringe di fatto l’utilizzo che la maggioranza delle persone fanno di hardware e software. L’utente medio, attirato in ambienti protetti in cui altri pensano a tutto per lui, è declassato a passivo consumatore, e “sceglie” gli aggeggi per la loro bellezza, per l’immagine, per caratteristiche che spesso non hanno niente a che vedere con la loro efficacia e funzionalità.
Fino all’assurdo di computer da tavolo senza lettore di dischi ottici, che però hanno lo schermo sottilissimo (sarebbe come prendere una poltrona perché è aerodinamica!), e telefonini xxl che si piegano nelle tasche! E il cloud, invece di essere quel posto in cui,  se serve, se si vuole, si possono condividere archivi  e lavoro, sta diventando una specie di discarica virtuale planetaria, in cui la gente butta di tutto e di più ed è spinta a fare macchinosi, lenti e inutili (e a un certo punto costosi) backup di ogni pinzillacchera digitale che per sbaglio produce (con grande soddisfazione dei gestori di reti e anche dei pirati informatici, che nella nuvola ci sguazzano!)
Tra le cose in controtendenza, che non c’erano al tempo di noi nostalgici dei floppy disk da 5,25" (qui scherzo, mai usati: vedevo studenti sul treno che si scambiavano quei cosi molli e sorridevo, io che usavo da sempre quelli da 3”½!) e che vanno nella direzione dello sviluppo e non dell’atrofia dell’intelligenza degli umani, ci sono i software per le mappe concettuali: tanti, belli, a volte costosi, ma anche alcuni assolutamente gratis, o che si offrono a chi non ha necessità eccessive in una versione limitata e gratuita.
Rendere visivamente il pensiero, gli argomenti, le cose da fare, le relazioni tra il tutto… Per gli umani del 21° secolo, cresciuti nella cultura visiva (anche se molti ancora credono in buona fede di essere venuti su con i libri!), le mappe sono il pensiero che si chiarisce alla mente nel momento in cui si mostra, si fa immagine. E allora è possibile capire meglio, approfondire, o anche solo istintivamente “vedere” oltre certi punti d’ombra che si formano nelle elucubrazioni astratte, o anche nella scrittura verbale.
A parte le esportazioni grafiche d’effetto che, giustamente orientate alle presentazioni, espongono al rischio di cadere nel vacuo (20 anni di overdose da Power Point insegnano!), le mappe, per farle, l’umano ci deve pensare! E ogni software “pensa” in un modo un poco diverso, propone un suo approccio particolare, un differente punto di vista, in modo che, costi a parte, la scelta facilmente si potrà orientare sul programma che più sembra adatto e piace al singolo o al gruppo che lo deve utilizzare.
Resta il problema annoso di tutti quegli utenti che sono cresciuti con il software che passava il convento e che non sono abituati a provare, confrontare, scegliere. Ma, almeno da questo punto di vista, la consuetudine con smartphone e tablet – se non altro per il costo molto basso delle applicazioni e perché la loro memoria comunque non infinita sollecita ogni tanto a togliere cose per far posto ad altre – dovrebbe favorire un approccio meno ossequioso e più consapevole.
 pubbligato in myblog 3 ottobre 2014