domenica 9 agosto 2026

Il vuoto e il romanzo, il personale e il politico

Ci sono momenti in cui ti sembra di non riuscire più a fare le cose. Cioè, non le cose importanti a cui lavori da una vita e che nell'età della pensione e dei bilanci stai magari cercando di sistemare al meglio, sotto forma di video, scritti, progetti locali e internazionali, perché credi che alcune risposte possibili, forse piccole soluzioni ai problemi del mondo - ci hai lavorato tanto, studiato, scritto, e hai continuato per decenni a ricevere conferme positive e immancabili dai bambini veri, che non mentono - probabilmente stanno proprio lì. No, proprio non riesci a fare le cose più banali, non trovi la forza per leggere, non riesci nemmeno ad attivare l’attenzione passiva per guardare la televisione, ti costa sforzo cambiare le pile nel telecomando.
Ti imponi quasi poche attività meccaniche, che non richiedono volontà, come uscire a camminare, lavare i piatti, ripetere alla chitarra magari sempre le stesse cose, quel poco che sai fare, ma almeno non ti si ammosciano per l'ennesima volta i calli sulle dita e poi quando vorresti riprovare a suonare davvero ti faranno male. Fuori, eviti le feste estive dei politici, della parrocchia, degli alpini, all’unica mostra dove decidi di andare non c’è nessuno, e comunque non ti va di vedere gente, continui ad annaspare in un vuoto che dura da tempo, e giustamente dai la colpa anche al caldo di quest'estate terrificante, e ti dici che sarà anche l'età. Però in certi momenti è proprio senso di desolazione assoluta, vuoto pneumatico intorno. L'istintivo scrolling sui social network – ti rendi conto che hai preso anche tu pessime abitudini con il telefonino, credi di andare a controllare le notifiche che magari qualcosa di positivo e inaspettato succede, e poi finisce che ti capita di venire coinvolto nelle discussioni le più folli e le esternazioni di chiunque sul racconto del racconto di quello che succede nel mondo - sta diventando un'esperienza lancinante, con un sacco di gente che vorrebbe subito libero al gioielliere che ha ammazzato i rapinatori fuori dal suo negozio, mentre scappavano, che non solo trova normale le guerre e quello che succede a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, ma addirittura di fronte al ragazzo di 15 anni figlio di migranti annegato l'altro giorno nel laghetto proprio qui vicino a casa arriva a scrivere pubblicamente, firmando con nome e cognome "uno di meno!" Ci sono ovviamente anche tanti che si indignano, ma a me personalmente questo insieme di cose, ci sono momenti che veramente mi devastano, anche fisicamente, quasi annullando la fortuna di avere fin qui conservato la salute. Passa la voglia di vivere, la curiosità per il mondo che pure per tutti questi anni mi ha tenuto a galla, nonostante i reiterati contraccolpi, fallimenti, delusioni. E per fortuna nel giardino sotto casa sono tornate le upupe, che da un paio di stagioni non le vedevo e mi mancavano, e questa sì che è una buona, eccellente notizia nel mondo di oggi! Dicevo di progetti per cui ho lanciato piccoli semi attraverso il mondo e attendo risposte. Le attendo in un contesto sociale che ormai reagisce prevalentemente attraverso il deresponsabilizzante rito dei like su quei maledetti "social" (quasi fosse l'unico modo di partecipare alle sorti del mondo!), o che più banalmente spesso non reagisce affatto. Da anni - succede a me, ma mi pare che sia il destino di gran parte dei tentativi di costruire insieme qualcosa - su qualsiasi idea che comporterebbe un minimo di elaborazione comune, su Facebook e Telegram, dopo il terzo messaggio la conversazione regolarmente si ammoscia. Gli interlocutori svaniscono e ognuno torna alla sua routine quotidiana, non cose più importanti ma incombenze necessarie di cui di solito si lamenta, e però l'idea che sia possibile, magari non continuando a muoversi tutti ognuno per conto suo, costruire qualcosa che non sia l'adeguarsi rassegnato al niente dominante, evidentemente non abita più qui. Più facile ogni tanto - e sempre su qualcosa che arriva dal di fuori, un tema forte di moda, il fatto di cronaca, la politica, lo spettacolo, lo sport, qualsiasi cosa sia purché non dipenda da noi - eruttare parole a raffica, appassionarsi, gridare, litigare, addirittura improvvisare teorie complessive nello spazio di un post, provando a spiegare il passato e il presente a partire da un film, o immaginando in coro un futuro dominato da un'intelligenza artificiale che quasi nessuno ha capito come funziona. E le scelte poetiche o commerciali di un regista diventano il centro del mondo, e a gente che non è capace di mettere a fuoco i propri pensieri, idee, progetti, cioè che non sa sostanzialmente chi è e che cosa vuole, si propone di studiare i "prompt"! Sarebbe esilarante, se solo avessimo una pallida idea di quello di cui stiamo parlando.
Ho appena pubblicato, a 70 anni, un romanzo, I Giorni dopo Bologna, la mia prima opera di letteratura non per bambini! Non è l‘opera senile di uno che, alla fine del proprio percorso lavorativo e avendo finalmente tempo, "scrive un giallo", e magari se lo pubblica a sue spese. Era una cosa in ballo da decenni, sul 1977 e dintorni, un'urgenza a cui a un certo punto avevo messo il freno a mano, di raccontare e magari aiutare altri a capire quello che è successo in un certo periodo io credo cruciale della nostra storia recente. Non so se sia più importante come argomento che costruire una storia intorno a problematiche psicologiche o personali, ma certo non è un esercizio di stile scritto per mostrare quanto è bravo, arguto e brillante lo scrittore. Comunque, avevo iniziato a scrivere quando gli avvenimenti erano ancora freschi, poi ogni tanto rivedevo il lavoro, aggiungevo magari qualche un pezzo e di nuovo mi fermavo. E finalmente in anni molto recenti l'ho finito, e ho trovato perfino un editore. Quando il libro è uscito, ho mandato messaggi a raffica a una quantità di miei contatti, e curiosamente solo una minoranza ha risposto, anche tra quelli che di solito lo fanno. Vero è anche che molte cose apparentemente ben indirizzate e personali, nei meandri dei canali digitali a volte si perdono... Però curiosamente, o forse no, nel contesto editoriale e culturale in cui tuttora svolgo attività e ho parecchi contatti, ho trovato riscontro praticamente in una persona una, che in ogni occasione e canale ha reagito quasi con entusiasmo, e per il resto una mancanza di reazioni francamente imbarazzante... Sicuramente anche a causa di problemi, difficoltà e incapacità mie, ormai posso scriverlo pure sulla mia lapide, ho passato un'intera vita a non raccogliere i frutti delle cose buone che facevo. Vero è che un giorno un professore importante, osservando alcune mie produzioni, mi aveva detto letteralmente: "Lavori troppo bene. Lavorerai poco!" E anche è vero che, visto il tipo di persone che generalmente il mondo premia e approva oggi, il non avere avuto successo non è necessariamente una cosa così negativa. Però, mettermi a contare gli errori che ho fatto e che continuo a fare non è un esercizio che aiuta proprio, particolarmente in questo momento in cui non riesco a fare le cose. Mi riferisco al lavoro, ma anche alla mia vita personale. Senza scendere nei dettagli perché non mi piace parlare in pubblico degli affari miei, l’esperienza mi dice comunque che guardare indietro nel passato, riconoscere i propri errori e collegarli alla fine di amicizie, relazioni, amori, se senz’altro è utile per evitare di invecchiare convinti che la colpa di tutto sia sempre degli altri, non serve tanto alla fine, evitando accuratamente quegli errori di ripeterli, a garantire risultati migliori, anzi! Aprirsi con gli altri, accettare di mettersi in discussione, non avere paura di approfondire un incontro interessante, quale che sia la molla iniziale, professionale, intellettuale, artistica, emotiva, carnale (ma può essere anche all’inizio un insieme indistinto di tutto questo), affrontare insieme eventuali problemi ed equivoci, permette alle persone di conoscersi per quello che sono, di capire forse la natura e le possibilità di una relazione nella realtà di un rapporto umano vero, non immaginato, a qualsiasi livello. I livelli poi non sono predeterminati, ma possono essere vari e infiniti, e soprattutto tra persone mature e responsabili, siamo noi che decidiamo il senso, la direzione di quello che è e sarà. Non esiste che donne e uomini sani di mente e rispettosi gli uni degli altri vengano trascinati in qualcosa che non vogliono. Come non esiste, o non dovrebbe esistere, che esseri umani con un minimo di controllo di sé non se ne accorgano se qualcosa lungo il percorso comincia e non funzionare e alla libera esperienza della conoscenza reciproca incominciano a sostituirsi pensieri e comportamenti tossici di cui purtroppo è pieno il nostro immaginario, quello recente delle generazioni cresciute con la televisione e il “virtuale”, ma anche quello atavico, che ancora vive dentro di noi, legato ai ruoli tradizionali della società patriarcale, della religione, delle diverse classi sociali. In questi casi, alle prime avvisaglie di un disagio, una strada assolutamente possibile, per esseri dotati di pensiero critico e raziocinio, dovrebbe essere cercare banalmente di parlarne, vedere insieme se la questione si può spiegare e risolvere, prima che ognuno incominci a raccontarsi da solo un film che quando diventa troppo lungo è poi difficile riavvolgere il nastro e ci si ritrova protagonisti di storie i cui particolari stanno in gran parte nell’immaginazione di qualcun altro. Oggi forse più che ieri, nella realtà di tutti i giorni, succede in tanti casi che semplicemente si rinuncia. Nella prima fase, quella che possiamo definire della reciproca attrazione, si possono essere spalancati orizzonti nuovi, inesplorati, intriganti, e nel modo di porsi, atteggiarsi, sorridere, aprirsi delle persone coinvolte, la curiosità e il piacere sono evidenti, arricchiscono, ci fanno più belli, anche quando si tratta solo di lavoro o di uno scambio di idee da una prospettiva o un punto di vista inusuale. Poi però, succubi di una raffazzonata pseudo cultura sospesa in malo modo tra tecnocrazia e marketing, che pretende di ridurre la realtà a ciò che è misurabile attraverso dati e tabelle o prescrivibile in schemi vuoti, astratti e comunque vincolanti, il più delle volte tendiamo a escludere dalla storia la parte emotiva e relazionale dal progetto. Come se non sapessimo che persino il cuore del sistema economico tuttora vigente, il mercato delle azioni, procede in larga misura proprio per ondate emotive che sulla base di notizie estemporanee vere o anche false fanno guadagnare o bruciare miliardi. Poi ogni tanto,

forse per sgravarci la coscienza per la sistematica sottovalutazione del fattore umano, celebriamo certi “visionari” della tecnologia o dell’arte, ovviamente quelli che hanno avuto più successo, che non rispettando le regole hanno innovato, cambiato il mondo, che se li avessimo incontrati nel loro cammino quando ancora non erano nessuno, li avremmo stroncati senza pietà. Un monumento colossale alla rinuncia è oggi la situazione terrificante del Web, la più grande occasione di democrazia e di sviluppo della storia, una cosa completamente nuova, mai nemmeno immaginata nei secoli e millenni delle civiltà umane, per cui avremmo potuto almeno darci il tempo di esplorarlo un po' più a fondo e di capirlo, se e come potrebbe funzionare per una serie potenzialmente infinita di attività. No! Il popolo dei burocrati da una parte lo ha blindato per obbligare i cittadini a riti “tecnologici” che in molti casi non solo non facilitano la vita, ma diventano una restrizione vera e propria delle libertà individuali, mentre quello dei venditori dall’altra lo ha trasformato in un supermercato planetario, in cui l’unica attività ammessa è vendere e comprare. E così se fai un sito, che vorresti usare semplicemente per lavorare insieme, salta fuori immancabilmente qualcuno che ti spiega come fossero scienza i meccanismi di indicizzazione per i motori di ricerca e per l’intelligenza artificiale, i trucchi per attrarre i visitatori, il SEO (Search engine optimization). Come se il senso unico di stare in tempo reale su una efficientissima rete mondiale di comunicazione fosse esclusivamente attrarre i “clienti” che passano di lì, far salire il numero dei visitatori unici, e aderire nel modo più efficiente a regole del tutto provvisorie e sostanzialmente casuali dettate dai cosiddetti “giganti del web”, che sono poi imprese letteralmente create dagli utenti, con i loro clic, che non sanno neanche loro perché e come sono arrivate lì. Tanto è vero che ogni volta che provano a indirizzare il futuro di loro iniziativa, falliscono miseramente (pensiamo a Google +, o peggio ancora al Metaverso!) Scegliendo poi di vendere subito una tecnologia potentissima a miliardi di consumatori sostanzialmente analfabeti – magari la cultura e la politica avrebbero potuto intervenire per fornire alle persone quel minimo di educazione, ma viviamo nella civiltà del mercato, che decide della vita e del futuro, della pace e della guerra! - agli spazi web liberi e dalla potenzialità illimitate il grande pubblico, cresciuto alla scuola planetaria della televisione, ha preferito ovviamente i social network, ambienti strettamente strutturati e regolamentati in cui chiunque può intervenire da subito al proprio livello, anche infimo, così alla fine della fiera gli stessi esperti che ti hanno fanno una testa così sul SEO, ti spiegano con aria saccente che ormai tanto i siti web non li guarda più nessuno! Ma in che modo l’utilizzo appropriato di uno spazio comune in rete, accessibile in tempo reale da tutto il pianeta, può essere davvero utile per condividere sapere ed esperienza, elaborare e sviluppare idee, forse dovremmo incominciare seriamente a cercare di capirlo, perché finora non l'abbiamo fatto, o almeno non a sufficienza. Oltre l’ideologia, dominante quanto obsoleta, che ancora spinge alla competizione di tutti contro tutti, in un mondo in cui alla ricchezza smodata di pochissimi corrisponde sempre più la precarietà della maggioranza, mentre i meccanismi produttivi ed economici mondiali sono sempre più incerti e volatili. Oltre le difficoltà che ovviamente all’inizio ci si trova davanti, quando si deve imparare a usare uno strumento potentissimo sostanzailmente nuovo, o la pretesa ricorrente e francamente ridicola di prevedere il “futuro” basandosi sul successo di mercato delle piattaforme più di moda in un dato momento: oggi Tik Tok e Instagram come 20 anni fa MySpace! In tutti questi anni è mancata un'analisi adeguata o adeguatamente conosciuta dei meccanismi non solo tecnici ma anche umani che stanno dietro l’entusiasmo e il disagio, la facilità o difficoltà di sviluppare un pensiero positivo, di fare davvero insieme. E una quantità di iniziative possibili e forse importanti si sono arenate di fronte all’incapacità di web master di scarse vedute di far entrare progetti culturali originali nei loro modelli Wordpress! Stereotipi e narrazioni di narrazioni, ripetute come se fossero una realtà indiscutibile, miti come quello dell’intelligenza artificiale che risolverebbe i problemi di una società che quei problemi nemmeno sa definire, stanno immobilizzando il mondo di oggi nell’impotenza, proprio nel momento in cui quello che succede, l’ambiente, il clima, l’economia, le migrazioni, le guerre, richiederebbero il massimo dell’intelligenza, dell’iniziativa, della creatività. La conversazione aperta, l’analisi disanimata di quello che ci piace e non ci piace, la considerazione per le motivazioni di partenza di ognuno, e forse anche la confessione, come in questo caso, del disagio e delle difficoltà personali e politiche dei singoli, fanno parte integralmente di un progetto, concorrono in maniera determinante al suo successo o fallimento. Oggi la tendenza prevalente, che pochi osano mettere in discussione, anche perché è difficile contestare qualcosa che tutti credono ma su cui quasi nessuno riflette, è a "esternalizzare" ogni cosa, come se le regole per le cose da fare, le procedure da seguire, le parole che si possono dire e i pensieri che si possono pensare ci arrivassero dall'alto, precisi, immanenti, senza una nostra intenzione o responsabilità, e l’approvazione o la censura fossero legati a seconda dei casi al rispetto di procedure di mercato piattamente applicate a ogni aspetto della comunicazione, a un politicamente corretto che - pochi hanno il coraggio di dirlo - semplicemente non è umano, o come se la nostra presenza e il nostro ruolo fossero definiti dallo schieramento politico o ideale a cui decidiamo di appartenere o a cui gli altri automaticamente ci assegnano. E poi ci si domanda perché la gente così spesso sta male, mentre si diffondono gli aiuti psicologici on line ! Così come i sogni, le speranze, le visioni, anche l'emotività negativa in cui siamo immersi ha un forte impatto sociale e produttivo, e il non considerarlo è una della ragioni per cui da molti anni, soprattutto in paesi come l'Italia, il tempo sembra essersi fermato in un presente sempre più deprimente e chiuso a ogni possibile sviluppo a venire. La frequentazione quotidiana dei social media, per come si svolge, è letteralmente addestramento al generale

disimpegno e alla sistematica deresponsabilizzazione, giorno dopo giorno. Ci alleniamo a cavarcela con un "mi piace", a svicolare da una discussione semplicemente andandocene, a evitare sistematicamente quel contatto umano anche solo vocale che negli incontri in presenza, ma anche in una telefonata, a scorrere svogliatamente i messaggi altrui quasi automaticamente collocandoli entro i nostri schemi, a schierarci e a schierare sulla base di pochi indizi superficiali, come si fa con quelli con cui si polemizza abitualmente nelle chat. Senza generalizzare - che non è mai una cosa saggia - nel mancato confronto aperto con gli altri, si rinuncia comunque a conoscerli per quello che sono e li si riveste di stereotipi, paure, schemi che alla lunga si estendono anche ai rapporti personali, affettivi, intimi, non più soltanto definiti dalla cultura del gruppo sociale, dall'ideologia, dalla religione da cui si proviene, ma in questi anni sempre più rielaborati e standardizzati in modo virtuale sotto forma di spettacoli di "uomini e donne", "grandi fratelli", finti amori e litigi in televisione che appaiono e ci abituiamo a percepire come veri, in cui la meschinità delle motivazioni, la gazzarra i conflitti fanno audience, e con questo si propongono come ingredienti per il successo. Con buona pace dei progressi della psicologia, della letteratura scientifica o artistica, dei movimenti sociali di liberazione, che a un certo punto della storia del secolo scorso erano sembrati poter introdurre progresso, libertà, sincerità nelle relazioni umane Oggi gran parte della società, in politica, in economia, nelle relazioni sociali, si regge sulla paura, che non deriva tanto da una effettiva non sicurezza, quando proprio dalla solitudine, dalla mancanza degli altri, di altri veri, non stereotipi o simulacri virtuali. E non a caso, sprazzi di vita ed emozioni che sentiamo più genuine e profonde emergono quando il confronto diretto tra umani si può in parte evitare, con l’arte, la musica, l’incontro con la natura, il rapporto con gli animali. Non è vero probabilmente che il cane, il gatto, il coniglietto sono più disinteressati e sinceri degli umani, ma semplicemente, con loro ci sentiamo e siamo noi più vivi e più veri, perché non ne abbiamo paura. Fuori le upupe stanno più nascoste di come me le ricordavo, alcuni giorni sembra quasi che se ne siano andate, ma dopo un po’ ricompaiono. Dai messaggi che ho mandato attraverso la rete a spasso per il mondo, qualche riscontro arriva, magari più dall’India e dall’America latina che non dall’Italia. Da qui una persona eccellente, che però non conosco da molto, mi mette in guardia in un breve messaggio dal pericolo di idealizzare l’infanzia. Io so che non l’ho mai fatto, che metto i bambini al centro del mio progetto sulla base di decenni di esperienza e conferme, in cui li ho visti, con una regolarità che trova pochi riscontri nella scienza da laboratorio, mettere assieme natura e cultura, ragionamento ed emozioni, corpo, mente e macchine, come la nostra società oggi non è in grado di fare. Cioè, per risolvere una serie di problemi in cui siamo, possiamo letteralmente imparare da loro. Si tratterà di cercare con convinzione e trovare il modo giusto di lavorare insieme, in un gruppo via via più ampio e possibilmente con un metodo sempre più efficiente.

Servirà riunire, catalogare, collegare tra loro in una rete adeguata le informazioni, i dati, i pensieri, in modo funzionale a un progetto che si sviluppi, senza dovere, tutte le volte che si parla di bambini, ricominciare ogni volta più o meno da capo, o scontrarsi con luoghi comuni quasi sempre più forti e determinanti delle verità scientifiche. L’altra notte era davvero brutto, e il dormiveglia inquieto era proprio centrato sul non riuscire più a fare le cose, come un’idea fissa per cui non c’è rimedio, che avviluppa e blocca il sonno. Allora ho abbandonato l’inutile letto, ho acceso il portatile, ho incominciato a scrivere queste note, ed è subito stato un sollievo, tranquillizzante, terapeutico. Le ho riprese qualche giorno dopo, riletto, corretto, dato al tutto una forma e una logica migliori e lavorato su assonanze e suggestioni – per una prosa decisamente fuori dal campo dall’intelligenza artificiale! - e ho aggiunto le parti che mancavano. Così com’è, ora mi piace abbastanza e vado quindi a pubblicare, come proposta personale e politica al margine di un progetto chissà importante…

sabato 5 luglio 2025

I bambini, gli strumenti e un progetto globale per fare, da protagonisti

 Ancora Tools, Strumenti. Come utilizzare in modo non dispersivo e piattamente consumistico risorse di comunicazione possibile in tempo reale (la Rete), che pochi decenni fa non erano immaginate nemmeno nei più arditi racconti di fantascienza, e che nei fatti letteralmente stiamo buttando via, come analfabeti che potrebbero scrivere insieme la Divina Commedia e invece usano le parole solo per litigare, insultarsi e portare verso la rovina le proprie vite e l'intero pianeta.


Non ci illudiamo che sia facile, ma attirare l'attenzione su certe cose che si riescono a fare oggi con i bambini e sul loro punto di vista sul mondo, vero e vivo, oltre il rumore devastante di una tecnologia e una società asservite al mercato, oltre l'intolleranza, la violenza e la difficoltà di comunicazione tra le persone, i gruppi, le nazioni, può probabilmente portare nel presente pianeta globalizzato una ventata di vita, di speranza e di pace.

Si tratta ovviamente anche di imparare a usare la Rete in modo efficace, condiviso, collaborativo, come per tante ragioni finora non siamo ancora riusciti a fare, e di provare a rendere virali non solo "contenuti" che semplicemente si consumano, ma anche idee, esperienze, progetti, pensieri e azioni comuni, che magari ci aiutano a vivere meglio insieme.

Sappiamo che anche quello che all'inizio è un piccolo scambio, se trova i canali giusti, può moltiplicarsi all'infinito, e allora vediamo se, con poca fatica, possiamo radunare, collegare, rendere disponibili testi, immagini, audiovisivi, di ogni possibile provenienza, per rendere l'idea di come, utilizzando in prima persona gli strumenti facili e potentissimi di oggi, i bambini ci mostrano come essere protagonisti attivi, consapevoli e positivi del riscatto del genere umano oltre i vicoli ciechi, gli stereotipi, gli incubi dell'attuale società dell'informazione.

Personalmente, all'interno di un progetto che ho chiamato "Active Chidren" (ma lo possiamo nominare come ci pare), sto mettendo in ordine materiale che per comodità qui divido in 4 filoni, dalle esperienze che porto avanti da tanti anni, ma alla cui base c'è un atteggiamento comune che li rende comunicanti e intercambiabili. Al centro non ci sono le discipline o le aree del sapere, ma gli esseri bambini, con la loro capacità di vedere e stabilire collegamenti e relazioni, e di rendere tutto parte di un'unica, umana esperienza.

Ricordo che i siti web di riferimento non sono prodotti finiti, ma cantieri aperti molto provvisori, che necessitano una continua e anche radicale revisione, con l'aiuto di tutti.



  • Video ideati e prodotti da loro, secondo varie metodologie, o di cui sono comunque protagonisti, nel mondo. Dato che spesso ci sono bambini che giocano e "recitano", in questa sezione è compresa anche la comunicazione cosciente (cioè non solo foto e riprese dall'esterno) del teatro dei bambini e di quella che un giorno si chiamava animazione teatrale, e che già in epoche passate ha spalancato mondi possibili agli osservatori attenti del gesto infantile. Progetto: I bambini si Raccontano.

  • Fotografie e video che si collegano alla scoperta e osservazione di insetti, ragni, millepiedi, resa oggi possibile ai bambini e a noi tutti grazie agli strumenti digitali di riproduzione macro della realtà, da centinaia di esperienze vissute direttamente a cui si possono aggiungere, senza soluzione di continuità, quelle di chiunque a qualsiasi livello comunichi e collabori con loro. Progetto: Il Museo Virtuale dei Piccoli Animali. Play list video.

  • La parte attiva e laboratoriale dei bambini all'interno del progetto di teatro comunitario itinerante che sto seguendo da alcuni anni a Cuba (aperto però ad altri paesi), dopo l'adesione di diversi operatori di teatro, audiovisivi, educazione, musei, con cui si sta progettando per il futuro. Progetto: La Tropa de Cambolo.

  • Il gioco dei bambini con la tecnologia, un'avventura meravigliosa che da decenni, con i computer, i dispositivi, i robot, ci indica strade completamente diverse da quelle indicate dal consumismo conformista e beota globale, a cui i i più, che banalmente non sanno le coese, credono non ci siano alternative. Progetto (dal titolo provvisorio): Scuola di Robotica.


Incominciamo a raccontarci quello che facciamo e che soprattutto sanno fare i bambini, a farlo sapere fuori dalla nostra cerchia ristretta, a ragionarci e a progettare insieme, per andare oltre e fornire risposte giuste e sostenibili a tanti problemi del tempo presente.



venerdì 5 gennaio 2024

Ritorno al futuro, in direzione ostinata e contraria

Di nuovo al blog personale, dopo tanto

Ritorno a usare questo blog, dopo tanto tempo, perché ci sta, e anche perché chissà forse è un modo – riprendersi gli spazi, usarli, insistere a cercare la comunicazione che da qualche parte forse può passare – per invertire quel “trend” nefasto per cui miliardi di piccoli comportamenti quotidiani regressivi stanno portando probabilmente il pianeta alla catastrofe (e lo scrivo da inguaribile, ostinato ottimista, che però cerca di usare quel poco di intelligenza che ancora gli rimane, invece di spenderla come si usa oggi a descrivere le meraviglie di una intelligenza artificiale che comunque intelligente non è, perché banalmente non ha coscienza di quello che fa!)

The Children's Virtual Museum of Smal Animals


Non riesco a non citare l’esempio incredibile freschissimo di una donna famosa che, nell’annunciare al mondo di essere mamma, pubblica una foto in cui nasconde la faccia della bambina! Ricordo che le leggi sulla riservatezza erano in origine per evitare che io pubblicassi la foto di tuo figlio senza dirtelo, ma sembra che oggi io stesso trovi automatico e normale censurare le foto del mio bambino/a, perché se l’immagine di un neonato è visibile in rete, chissà cosa gli potrebbe succedere! Ma siamo pazzi? Siamo una società che ha paura dei sorrisi dei bambini (tranne quelli della pubblicità!) e ha eletto il pensiero morboso a pensiero dominante, così come sponsorizza di fatto il bullismo nelle scuole, che ormai è la prima preoccupazione di tanti bambini nel passaggio dalla scuola primaria alla secondaria. Cioè, un problema che avrebbe una dimensione contenuta, a forza di “combatterlo” diventa dominante, centrale nel pensiero e nella vita delle persone e delle società. Come quando negli anni 80 l’occidente organizzò le prime “missioni di pace“ in Somalia perché c’era il “pericolo” dell’integralismo islamico. Per quel poco che vale, in quegli anni poche donne musulmane portavano il velo, le studentesse afgane giravano in minigonna, e dopo il nostro sollecito intervento, nel giro di pochi decenni, sappiamo come sono andate le cose. Potremmo chiedere all’intelligenza artificiale di spiegarci perché, per “difendere” alcuni dei nostri figli da un eventuale pericolo estremamente remoto, stiamo crescendo una intera generazione nella paura. Che, sappiamo, è la madre di ogni violenza.

Siamo noi i responsabili, tutti insieme, del disastro presente

Miliardi di post e interazioni sulle diverse piattaforme sociali - da utenti passivi di televisione che credono si tratti sempre e solo di consumare prodotti altrui, non ce ne rendiamo conto – in realtà giorno per giorno cambiano il mondo, e non certo per il meglio. Se non fossimo tutti a contemplare in modo narcisistico (e masochista?) la nostra immagine spavalda o spaventata nello specchio, magari ce ne renderemmo conto, vedremmo come, per inseguire “tendenze” che si affermano nei pollai online frequentati da una maggioranza di analfabeti, si è nel tempo degradata anche la comunicazione audiovisiva professionale, stravolgendo l’idea stessa di informazione.

E il bello è che tutti crediamo che le cose le decidano i “giganti del web”, e che noi non contiamo niente. Come quando Google (probabilmente il gigante dei giganti, tra il motore di ricerca quasi in monopolio, YouTube e l’80% dei telefonini Android) cercò a un a un certo punto di farci lasciare Facebook e Twitter per il suo Google +. Chi se lo ricorda?

The Children's Virtual Museum of Smal Animals
Siamo noi che decidiamo, non come singoli ovviamente, ma come il più potente super organismo che si sia mai visto sulla faccia di questa terra (altro che le api!). Nessuno di noi conta singolarmente (gli influencer un po’ di più, ma neanche tanto!), e però mettendo insieme miliardi di minchiate interconnesse in tempo reale attraverso tutto il pianeta, esercitiamo letteralmente a casaccio il più grosso potere mai visto nella storia. E dato che nemmeno immaginiamo di farlo, devolviamo di fatto quel potere a una politica che il disinteresse di noi cittadini consegna ogni giorno di più alla finanza e al mercato, e a imperi del web che noi stessi costruiamo e facciamo grandi con i nostri clic. Altro che le psicopatologie di massa degli anni 30 e 40 del secolo scorso! Non so se la singola ape sappia che fa parte di un super organismo. Ma se ognuno di noi si rendesse contro del fatto banalissimo che tutte le volte che “postiamo” un frase o un’immagine produciamo informazione, il mondo già domani sarebbe un posto migliore!

Le risposte dei bambini

Oggi, i bambini di cui si “protegge” l’immagine sono sistematicamente nascosti alla coscienza sociale, di loro si raccontano sciocchezze inimmaginabili a cui credono tutti, come la fanfaluca dei nativi digitali, e così li si consegna al bullismo, al disagio giovanile, al deficit d’attenzione e in definitiva agli psicologi.

Ma di fronte a una società che non vuole crescere né progredire, devastata dalle ideologie novecentesche della velocità e della competizione, per cui tutti corriamo come matti senza sapere dove andiamo, i bambini, quando li metti nelle condizioni di giocare insieme in un contesto diciamo protetto, cioè oltre gli stereotipi del consumo e delle relazioni sociali difficili, con adulti garanti delle regole e disposti ad ascoltarli, sono loro che ti insegnano, e che forse ti possono indicare una possibile via di salvezza, perché hanno ancora qualcosa che a una certa età spesso si perde: la voglia, la gioia, la curiosità di vivere.

Lavorare con loro negli anni 1980 era una fantastica scuola di vita, e lo è anche oggi oggi, perché i bambini non cambiano. Scriveva Walter Benjiamin nel 1928: “I bambini stanno in scena e istruiscono e educano gli attenti educatori!”. E Gesù Cristo: “Se non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”.

The Children's Virtual Museum of Smal Animals
Io ho cercato di parlare di quello che mi davano bambini, di scriverlo citando quello che vedevo e anche le loro esatte parole, in libri sull’animazione teatrale, sui bambini e l’ambiente… Boh? Facevo video che sapevo diversi, li proponevo ai media educator e anche ai professionisti, che per lo più sentenziavano con la frase standard, sempre uguale: Belli, ma non adatti alla TV!” Salvo poi magari dopo 10 anni dirti: “Sai, ho rivisto quella cosa, era nuova e interessante!” Mentre in Italia nella RAI l’interesse per i bambini a poco a poco svaniva completamente

Adesso, per mettere insieme e pubblicare qualcosa come un pensiero un po’ allargato sulla società presente (non solo guardare il mondo da un oblò, come sembra abbiano scelto di fare molti anche illustri intellettuali nostrani ) e lo spreco pazzesco di tecnologia, con l’esortazione però a darci una mossa, ho dovuto puntare su una una casa editrice americana, che si rivolge al mercato accademico (ahi, i prezzi!) e comunque mi ha accettato l’argomento e poi ha sottoposto lo scritto a una revisione credo non banale. Boh, non so se sia davvero il segno credibile che non sto delirando per conto mio… comunque il libro sta uscendo adesso.

Farsi il sito web offline

La ragione per cui pubblico questo articolo nel blog “Tools Strumenti” è perché – dopo anni in cui il mio indirizzo web in realtà dirottava su siti gratuiti on line, in cui uno può anche sbizzarrirsi a partire da modelli interessanti e d’effetto, ma che alla fine ti limitano entro schemi più o meno rigidi e comunque non tuoi, e a cui collegare un dominio costa non poco - sono tornato finalmente a realizzare il mio sito web con un software sempre facile e grafico (non maneggio l’HTML) ma che, mentre lo usi, impari come si fa! Che è poi quella cosa per cui negli anni 80 e 90 del secolo scorso gran parte delle novità tecnologiche non arrivano dal mercato delle grandi aziende (che fornivano essenzialmente l’hardware), ma dall’iniziativa libera e collaborativa (non sempre volontaria, qualcosa si rubavano l’un l’altro! 😸) di tanti appassionati che, oltre a scaricare app, dettavano comunque, con le loro soluzioni software, anche alla stessa industria strade verso il futuro non ispirate al Grande Fratello, a Star Trek, agli Avengers o ai cartoni animati dei Pronipoti, che invece – in mancanza nei decenni di una alfabetizzazione digitale minima della massa dei consumatori - sono tornati ad essere il riferimento culturale degli anni 2020, così come dei 1960!

The Children's Virtual Museum of Smal Animals

Ad ogni modo, per storie mie e anche per una questione di costi, in passato, dopo tante prove ed esperimenti, avevo realizzato i mie siti web off line usando il software Web Plus, della Serif di Nottingham (of course!). Causa i miei limiti tecnici come webmaster e come grafico, non avevo fatto grandi cose, ma cercavo comunque di mettere insieme pagine navigabili, avendo in mente le cose che volevo comunicare, piuttosto che criteri astratti da seguire per “fare un sito web”, frase completamente priva di senso, dato che in un sito web ci può stare ogni espressione possibile dell’esperienza, comunicazione, azione e pensiero umani, e quindi solo pensare che esista una regola “generale” da seguire è una bestialità. Oggi, la maggioranza usa un software online che sarà anche un cavallo di razza, ma – a parte che pensato originalmente per i blog magari potrebbe non essere il più adatto per organizzare, che so, una esposizione universale! - diciamo che è piuttosto difficile da domare, per cui alla fine moltissimi siti web si assomigliano in modo imbarazzante.

La prima regola della comunicazione – che segna il successo o meno degli spot pubblicitari – è la capacità di distinguersi, in modo che mentre mi legge o mi guarda, il lettore, osservatore, cliente non pensi a qualcun altro. E prima che seguire webinar raffinati sulle regole del SEO, per catturare i visitatori unici che passano di lì, chi vuole farsi notare sul web immagino dovrebbe – ditemelo, se sbaglio! - avere pagine che alla prima occhiata non si confondano con quelle degli altri.

Dopo di che, gli esperti di comunicazione on line ti spiegano anche che su una pagina web i navigatori si fermano, quando va bene, pochi minuti. Cioè, gli stessi che poi perdono ore sui social network e che qualcuno crede che un domani si caleranno con entusiasmo negli ambienti immersivi del metaverso? Ma ci pensiamo al significato di quello che ci diciamo e scriviamo?


Se sui siti web la gente non si ferma, significa che così come li stiamo facendo non funzionano. Punto! E siamo condizionati da una cultura televisiva passiva, da modelli di consumo fine a se stesso, che ci impedisce per esempio di capire che lo sviluppo del Web non è determinato da ciò che vediamo o scarichiamo, ma da ciò, globalmente, che ci mettiamo. Ma forse è un ragionamento difficile per per chi dà per scontato che il potere della rete debba ridursi a supermercato, intrattenimento, o concentrato di burocrazia! E poi ci meravigliamo perché facciamo le guerre!
The Children's Virtual Museum of Smal Animals

A un certo punto a Nottingham comunque hanno smesso di sviluppare quel software, e poi il web builder non è stato più incluso nella nuova serie di applicazioni. Non potendo continuare a lavorare sul programma vecchio che ancora basava le gallerie su Flash ho cercato parecchio se c’era qualche applicazione on line versatile, e che non obbligasse ad abbonamenti costosi. Né l’uno nell’altro! Per cui torno a scegliere l’offline, soluzione che non è più complicata e alla fine ti restituisce anche il controllo su quello che fai. Provate cose forse ottime ma con cui davvero non c’era intesa, alla fine ho scelto WYSIWYG Web Builder, il cui aggiornamento di questi giorni mi propone ora di passare alla nuova versione integrata con l’intelligenza artificiale.

Quello che mi interessa è potere, all’occorrenza, agire su ogni elemento, i testi, le immagini, la navigazione (non come quando si ti dicono, saccenti: si può fare tutto, ma questa immagine più piccola no, quell’altra spostarla, nemmeno!). Anche se in questo caso, partito comunque da un “template” modificato, mi accorgo, nel riguardare, che il menu laterale a comparsa sulla destra, su uno schermo piccolo non scorre. Vado a vedere, provo altri parametri. Ora va bene, mi piace!

Come con un’automobile, un vestito, uno strumento musicale, credo che un software vada scelto non perché lo usano tutti, ma perché si incontra con il nostro gusto e ci permette di realizzare le nostre intenzionianche che, dopo tanta navigazione in rete, tutti noi dovremmo possedere almeno quella base di cultura latente su come funziona un sito web che, se anche non abbiamo il tempo di imparare a farci le pagine da soli, possiamo con un web master avere un rapporto di collaborazione, in modo da non delegare sempre a qualcun altro non solo la parte tecnica, ma anche la gestione delle nostri intenzioni e, in questa come in altre cose, sempre adeguarci.

Poi certi mostri in rete li vediamo tutti, ma qui si entra in un altro discorso…


domenica 11 luglio 2021

Volevo vivere e l’ho scritto su Facebook

Pubblico di questi tempi su YouTube – effetto collaterale della pandemia? - videoclip di canzoni fatte in casa, e poi in questo blog racconto come ho fatto. Perché, a parte ogni altra considerazione sulla mia personale imperizia vocale e strumentale (questo in italiano si chiama eufemismo!) , una delle cose fino a pochi anni fa impossibili per i comuni mortali e che oggi si possono fare è proprio per esempio registrarsi e diffondersi da soli videoclip, con voce, musica, missaggio, riprese video, montaggio e pubblicazione in rete, utilizzando mezzi anche assolutamente amatoriali ma che, se uno ci sa un po’ fare e si applica, consentono risultati di tutto rispetto.

Questo fatto che tutti siamo diventati produttori di informazionenon solo di “spiegoni” e “tutorial” con il telefonino, ma anche cose un po’ più elaborate, che possono fare concorrenza ai media “con i mezzi” - è una cosa di cui pochi sono veramente consapevoli. Per ottenere risultati davvero notevoli dovremmo però imparare a lavorare insieme, elaborare collettivamente “software” per ottimizzare le interazioni produttive anche occasionali tra umani. Ma questo è un altro discorso.

Volevo vivere e l’ho scritto su Facebook è un’idea ovviamente abbastanza ironica, pensando a quelli che non solo usano i social network, ma che e ci passano un sacco di tempo e sembra che abbiano progressivamente trasferito lì gran parte delle loro relazioni con gli altri umani, espressioni, affetti, perfino l’impegno sociale e politico. E anche questo è un problema del nostro tempo! Poi, ovviamente, sui social network ci sto anch’io e li uso anche per far conoscere le mie canzoni e questi articoli. Non è questione di cercare o additare in altri contraddizioni o coerenza, ma semplicemente di misura.

A differenza delle altre due canzoni precedenti che erano nate strimpellando uno strumento – Social Pandemia la tastiera e La Televisione basta! la chitarra, questa volta l’idea si è sviluppata con quella frase che mi rimbalzava nella testa e cercava un ritmo, una melodia. Sono andato a cercare un tempo di batteria sulla tastiera e ho deciso che l’avrei usato. In passato, tanti anni fa, avevo fatto qualche prova con i sequencer al computer e perfino con il MIDI, ma ultimamente, anche nel mio revival musicale senile, finora avevo sempre cercato di suonare gli strumenti. Poi, nelle due canzoni in cui è intervenuto il mio amico Piero Giambruno, oltre che la sua bravura di musicista, lui qualche aiuto elettronico ce l’ha messo. Per me invece diciamo che è la prima volta che inserisco in questa ultima serie di pezzi musicali suoni generati da una macchina.

Su quel tempo di batteria, ho messo tre accordi con la chitarra pizzicata, fatto prove di registrazione con il telefonino e mi è sembrato che venisse bene, piacevole all’ascolto. Poi, dopo aver composto testo e musica (ovviamente a orecchio!) e aver definito le strofe, sono andato a registrare direttamente nelle memorie della tastiera la base di batteria, inserendo tra le diverse frasi musicali i passaggi che la tastiera stessa mi consente (quando ogni tanto nel video si vede un dito che schiaccia un tasto, è quello che sto facendo). Con la batteria pronta in cuffia, ho quindi registratore la chitarra con il portatile Tascam che si vede pure nel video e sono andato su un programma di montaggio sonoro a sovrapporre manualmente le due tracce. So che non è il modo migliore di fare, ma questa volta ho voluto provare così, anche perché tra il software (versione gratuita di Studio One) e la nuova scheda audio esterna Behringer U-Phoria UMC22 avevo qualche problema (cioè, non è che loro non vanno, sono io che li usavo per la prima volta) a entrare direttamente con strumenti e voce. Anche la voce è registrata con il Tascam, in questo caso però con l’aggiunta aggiunta di un microfono esterno.

Durante la registrazione di chitarra e voce, mi sono auto ripreso con due videocamere fisse, in modo da poter sincronizzare suono e video nel miglior modo possibile. Lo stesso quando ho suonato l’organo di accompagnamento e quello introduttivo e finale, che ha chiamato Piero a una conclusione rock in cui riprende le mie quattro timide note e ne fa musica vera! In realtà lui nel file mixato che mi aveva mandato aveva tolto l'organo e partiva direttamente con la chitarra e io invece ce l'ho rimesso: piccoli miracoli possibili oggi a chiunque con il copia incolla e la sovrapposizione delle tracce grafiche del sonoro, con software anche gratuiti, dove ieri occorrevano apparecchiature sofisticate e costose negli studi di registrazione.

Video in sincrono mentre canto e suono (manualmente, facendo coincidere i grafici delle onde sonore al fotogramma, utile per acquisire disinvoltura nel montaggio!), e poi qualche immagine di Piero “a senso” (cioè, in realtà lui sta suonando altro) e di me che litigo o mi diverto con il software audio e video.

 

Come “storia” dentro il videoclip, dato che proprio mentre lavoravo alla canzone si era fermato un gregge di pecore vicino a casa e mi ci ero ritrovato in mezzo a filmare con videocamera e telefonino, ho pensato che fossero immagini che si sarebbero incontrate bene con l’argomento!

Ultima nota, direi importante. Per la prima volta, ho montato un intero video usando il software Da Vinci Resolve, in versione gratuita. Non è facilissimo “dominarlo” (è un programma di montaggio e post produzione che fa quasi tutto, si usa a Hollywood e qualche cosa che alla gente comune non serve certo ce l’ha, il manuale completo sono 3000 pagine in inglese!), ma è davvero un altro mondo, un mondo vero, rispetto a quelle cose patetiche, automatiche, autoritarie e alla fine frustranti con cui – per “facilitare” la vita – i cittadini della società dell’informazione sono quotidianamente sollecitati a permanere nel loro analfabetismo digitale e tecnologico, tanto ci sono le “app” che decidono e fanno per loro! Se è vero ovviamente che non tutti dobbiamo diventare Steven Spielber, il linguaggio audiovisivo è il principale alfabeto attraverso cui si comunica nel pianeta e sottovalutare l’importanza di un suo uso attivo e consapevole da parte di tutti - così come altre pratiche diffuse e dissennate di interpretazione della “tecnologia” tra la burocrazia inappellabile e il puro consumo - espone le nostre democrazie a rischi di non partecipazione e involuzione autoritaria, di cui tutti ormai vediamo qualcosa di più che pericolose avvisaglie.

Per introdurre a Da Vinci, all’inizio di quel ponderoso manuale c’è un “getting started” che in poche pagine, a mio parere, spalanca panorami su un un mondo, e vale la pena di percorrerlo con attenzione. Ci aiuta a capire che è possibile (e bello) vivere non soltanto su Fabebook!