Ci sono momenti in cui ti sembra di non riuscire più a fare le cose.
Cioè, non le cose importanti a cui lavori da una vita e che nell'età della pensione e dei bilanci stai magari cercando di sistemare al meglio, sotto forma di video, scritti, progetti locali e internazionali, perché credi che alcune risposte possibili, forse piccole soluzioni ai problemi del mondo - ci hai lavorato tanto, studiato, scritto, e hai continuato per decenni a ricevere conferme positive e immancabili dai bambini veri, che non mentono - probabilmente stanno proprio lì.
No, proprio non riesci a fare le cose più banali, non trovi la forza per leggere, non riesci nemmeno ad attivare l’attenzione passiva per guardare la televisione, ti costa sforzo cambiare le pile nel telecomando.Ti imponi quasi poche attività meccaniche, che non richiedono volontà, come uscire a camminare, lavare i piatti, ripetere alla chitarra magari sempre le stesse cose, quel poco che sai fare, ma almeno non ti si ammosciano per l'ennesima volta i calli sulle dita e poi quando vorresti riprovare a suonare davvero ti faranno male.
Fuori, eviti le feste estive dei politici, della parrocchia, degli alpini, all’unica mostra dove decidi di andare non c’è nessuno, e comunque non ti va di vedere gente, continui ad annaspare in un vuoto che dura da tempo, e giustamente dai la colpa anche al caldo di quest'estate terrificante, e ti dici che sarà anche l'età.
Però in certi momenti è proprio senso di desolazione assoluta, vuoto pneumatico intorno.
L'istintivo scrolling sui social network – ti rendi conto che hai preso anche tu pessime abitudini con il telefonino, credi di andare a controllare le notifiche che magari qualcosa di positivo e inaspettato succede, e poi finisce che ti capita di venire coinvolto nelle discussioni le più folli e le esternazioni di chiunque sul racconto del racconto di quello che succede nel mondo - sta diventando un'esperienza lancinante, con un sacco di gente che vorrebbe subito libero al gioielliere che ha ammazzato i rapinatori fuori dal suo negozio, mentre scappavano, che non solo trova normale le guerre e quello che succede a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, ma addirittura di fronte al ragazzo di 15 anni figlio di migranti annegato l'altro giorno nel laghetto proprio qui vicino a casa arriva a scrivere pubblicamente, firmando con nome e cognome "uno di meno!"
Ci sono ovviamente anche tanti che si indignano, ma a me personalmente questo insieme di cose, ci sono momenti che veramente mi devastano, anche fisicamente, quasi annullando la fortuna di avere fin qui conservato la salute. Passa la voglia di vivere, la curiosità per il mondo che pure per tutti questi anni mi ha tenuto a galla, nonostante i reiterati contraccolpi, fallimenti, delusioni. E per fortuna nel giardino sotto casa sono tornate le upupe, che da un paio di stagioni non le vedevo e mi mancavano, e questa sì che è una buona, eccellente notizia nel mondo di oggi!
Dicevo di progetti per cui ho lanciato piccoli semi attraverso il mondo e attendo risposte. Le attendo in un contesto sociale che ormai reagisce prevalentemente attraverso il deresponsabilizzante rito dei like su quei maledetti "social" (quasi fosse l'unico modo di partecipare alle sorti del mondo!), o che più banalmente spesso non reagisce affatto. Da anni - succede a me, ma mi pare che sia il destino di gran parte dei tentativi di costruire insieme qualcosa - su qualsiasi idea che comporterebbe un minimo di elaborazione comune, su Facebook e Telegram, dopo il terzo messaggio la conversazione regolarmente si ammoscia. Gli interlocutori svaniscono e ognuno torna alla sua routine quotidiana, non cose più importanti ma incombenze necessarie di cui di solito si lamenta, e però l'idea che sia possibile, magari non continuando a muoversi tutti ognuno per conto suo, costruire qualcosa che non sia l'adeguarsi rassegnato al niente dominante, evidentemente non abita più qui. Più facile ogni tanto - e sempre su qualcosa che arriva dal di fuori, un tema forte di moda, il fatto di cronaca, la politica, lo spettacolo, lo sport, qualsiasi cosa sia purché non dipenda da noi - eruttare parole a raffica, appassionarsi, gridare, litigare, addirittura improvvisare teorie complessive nello spazio di un post, provando a spiegare il passato e il presente a partire da un film, o immaginando in coro un futuro dominato da un'intelligenza artificiale che quasi nessuno ha capito come funziona. E le scelte poetiche o commerciali di un regista diventano il centro del mondo, e a gente che non è capace di mettere a fuoco i propri pensieri, idee, progetti, cioè che non sa sostanzialmente chi è e che cosa vuole, si propone di studiare i "prompt"! Sarebbe esilarante, se solo avessimo una pallida idea di quello di cui stiamo parlando.
Ho appena pubblicato, a 70 anni, un romanzo, I Giorni dopo Bologna, la mia prima opera di letteratura non per bambini! Non è l‘opera senile di uno che, alla fine del proprio percorso lavorativo e avendo finalmente tempo, "scrive un giallo", e magari se lo pubblica a sue spese. Era una cosa in ballo da decenni, sul 1977 e dintorni, un'urgenza a cui a un certo punto avevo messo il freno a mano, di raccontare e magari aiutare altri a capire quello che è successo in un certo periodo io credo cruciale della nostra storia recente. Non so se sia più importante come argomento che costruire una storia intorno a problematiche psicologiche o personali, ma certo non è un esercizio di stile scritto per mostrare quanto è bravo, arguto e brillante lo scrittore. Comunque, avevo iniziato a scrivere quando gli avvenimenti erano ancora freschi, poi ogni tanto rivedevo il lavoro, aggiungevo magari qualche un pezzo e di nuovo mi fermavo. E finalmente in anni molto recenti l'ho finito, e ho trovato perfino un editore.
Quando il libro è uscito, ho mandato messaggi a raffica a una quantità di miei contatti, e curiosamente solo una minoranza ha risposto, anche tra quelli che di solito lo fanno. Vero è anche che molte cose apparentemente ben indirizzate e personali, nei meandri dei canali digitali a volte si perdono...
Però curiosamente, o forse no, nel contesto editoriale e culturale in cui tuttora svolgo attività e ho parecchi contatti, ho trovato riscontro praticamente in una persona una, che in ogni occasione e canale ha reagito quasi con entusiasmo, e per il resto una mancanza di reazioni francamente imbarazzante...
Sicuramente anche a causa di problemi, difficoltà e incapacità mie, ormai posso scriverlo pure sulla mia lapide, ho passato un'intera vita a non raccogliere i frutti delle cose buone che facevo. Vero è che un giorno un professore importante, osservando alcune mie produzioni, mi aveva detto letteralmente: "Lavori troppo bene. Lavorerai poco!" E anche è vero che, visto il tipo di persone che generalmente il mondo premia e approva oggi, il non avere avuto successo non è necessariamente una cosa così negativa.
Però, mettermi a contare gli errori che ho fatto e che continuo a fare non è un esercizio che aiuta proprio, particolarmente in questo momento in cui non riesco a fare le cose. Mi riferisco al lavoro, ma anche alla mia vita personale. Senza scendere nei dettagli perché non mi piace parlare in pubblico degli affari miei, l’esperienza mi dice comunque che guardare indietro nel passato, riconoscere i propri errori e collegarli alla fine di amicizie, relazioni, amori, se senz’altro è utile per evitare di invecchiare convinti che la colpa di tutto sia sempre degli altri, non serve tanto alla fine, evitando accuratamente quegli errori di ripeterli, a garantire risultati migliori, anzi!
Aprirsi con gli altri, accettare di mettersi in discussione, non avere paura di approfondire un incontro interessante, quale che sia la molla iniziale, professionale, intellettuale, artistica, emotiva, carnale (ma può essere anche all’inizio un insieme indistinto di tutto questo), affrontare insieme eventuali problemi ed equivoci, permette alle persone di conoscersi per quello che sono, di capire forse la natura e le possibilità di una relazione nella realtà di un rapporto umano vero, non immaginato, a qualsiasi livello. I livelli poi non sono predeterminati, ma possono essere vari e infiniti, e soprattutto tra persone mature e responsabili, siamo noi che decidiamo il senso, la direzione di quello che è e sarà. Non esiste che donne e uomini sani di mente e rispettosi gli uni degli altri vengano trascinati in qualcosa che non vogliono. Come non esiste, o non dovrebbe esistere, che esseri umani con un minimo di controllo di sé non se ne accorgano se qualcosa lungo il percorso comincia e non funzionare e alla libera esperienza della conoscenza reciproca incominciano a sostituirsi pensieri e comportamenti tossici di cui purtroppo è pieno il nostro immaginario, quello recente delle generazioni cresciute con la televisione e il “virtuale”, ma anche quello atavico, che ancora vive dentro di noi, legato ai ruoli tradizionali della società patriarcale, della religione, delle diverse classi sociali. In questi casi, alle prime avvisaglie di un disagio, una strada assolutamente possibile, per esseri dotati di pensiero critico e raziocinio, dovrebbe essere cercare banalmente di parlarne, vedere insieme se la questione si può spiegare e risolvere, prima che ognuno incominci a raccontarsi da solo un film che quando diventa troppo lungo è poi difficile riavvolgere il nastro e ci si ritrova protagonisti di storie i cui particolari stanno in gran parte nell’immaginazione di qualcun altro.
Oggi forse più che ieri, nella realtà di tutti i giorni, succede in tanti casi che semplicemente si rinuncia. Nella prima fase, quella che possiamo definire della reciproca attrazione, si possono essere spalancati orizzonti nuovi, inesplorati, intriganti, e nel modo di porsi, atteggiarsi, sorridere, aprirsi delle persone coinvolte, la curiosità e il piacere sono evidenti, arricchiscono, ci fanno più belli, anche quando si tratta solo di lavoro o di uno scambio di idee da una prospettiva o un punto di vista inusuale. Poi però, succubi di una raffazzonata pseudo cultura sospesa in malo modo tra tecnocrazia e marketing, che pretende di ridurre la realtà a ciò che è misurabile attraverso dati e tabelle o prescrivibile in schemi vuoti, astratti e comunque vincolanti, il più delle volte tendiamo a escludere dalla storia la parte emotiva e relazionale dal progetto. Come se non sapessimo che persino il cuore del sistema economico tuttora vigente, il mercato delle azioni, procede in larga misura proprio per ondate emotive che sulla base di notizie estemporanee vere o anche false fanno guadagnare o bruciare miliardi. Poi ogni tanto,
forse per sgravarci la coscienza per la sistematica sottovalutazione del fattore umano, celebriamo certi “visionari” della tecnologia o dell’arte, ovviamente quelli che hanno avuto più successo, che non rispettando le regole hanno innovato, cambiato il mondo, che se li avessimo incontrati nel loro cammino quando ancora non erano nessuno, li avremmo stroncati senza pietà.
Un monumento colossale alla rinuncia è oggi la situazione terrificante del Web, la più grande occasione di democrazia e di sviluppo della storia, una cosa completamente nuova, mai nemmeno immaginata nei secoli e millenni delle civiltà umane, per cui avremmo potuto almeno darci il tempo di esplorarlo un po' più a fondo e di capirlo, se e come potrebbe funzionare per una serie potenzialmente infinita di attività. No! Il popolo dei burocrati da una parte lo ha blindato per obbligare i cittadini a riti “tecnologici” che in molti casi non solo non facilitano la vita, ma diventano una restrizione vera e propria delle libertà individuali, mentre quello dei venditori dall’altra lo ha trasformato in un supermercato planetario, in cui l’unica attività ammessa è vendere e comprare. E così se fai un sito, che vorresti usare semplicemente per lavorare insieme, salta fuori immancabilmente qualcuno che ti spiega come fossero scienza i meccanismi di indicizzazione per i motori di ricerca e per l’intelligenza artificiale, i trucchi per attrarre i visitatori, il SEO (Search engine optimization). Come se il senso unico di stare in tempo reale su una efficientissima rete mondiale di comunicazione fosse esclusivamente attrarre i “clienti” che passano di lì, far salire il numero dei visitatori unici, e aderire nel modo più efficiente a regole del tutto provvisorie e sostanzialmente casuali dettate dai cosiddetti “giganti del web”, che sono poi imprese letteralmente create dagli utenti, con i loro clic, che non sanno neanche loro perché e come sono arrivate lì. Tanto è vero che ogni volta che provano a indirizzare il futuro di loro iniziativa, falliscono miseramente (pensiamo a Google +, o peggio ancora al Metaverso!)
Scegliendo poi di vendere subito una tecnologia potentissima a miliardi di consumatori sostanzialmente analfabeti – magari la cultura e la politica avrebbero potuto intervenire per fornire alle persone quel minimo di educazione, ma viviamo nella civiltà del mercato, che decide della vita e del futuro, della pace e della guerra! - agli spazi web liberi e dalla potenzialità illimitate il grande pubblico, cresciuto alla scuola planetaria della televisione, ha preferito ovviamente i social network, ambienti strettamente strutturati e regolamentati in cui chiunque può intervenire da subito al proprio livello, anche infimo, così alla fine della fiera gli stessi esperti che ti hanno fanno una testa così sul SEO, ti spiegano con aria saccente che ormai tanto i siti web non li guarda più nessuno!
Ma in che modo l’utilizzo appropriato di uno spazio comune in rete, accessibile in tempo reale da tutto il pianeta, può essere davvero utile per condividere sapere ed esperienza, elaborare e sviluppare idee, forse dovremmo incominciare seriamente a cercare di capirlo, perché finora non l'abbiamo fatto, o almeno non a sufficienza. Oltre l’ideologia, dominante quanto obsoleta, che ancora spinge alla competizione di tutti contro tutti, in un mondo in cui alla ricchezza smodata di pochissimi corrisponde sempre più la precarietà della maggioranza, mentre i meccanismi produttivi ed economici mondiali sono sempre più incerti e volatili. Oltre le difficoltà che ovviamente all’inizio ci si trova davanti, quando si deve imparare a usare uno strumento potentissimo sostanzailmente nuovo, o la pretesa ricorrente e francamente ridicola di prevedere il “futuro” basandosi sul successo di mercato delle piattaforme più di moda in un dato momento: oggi Tik Tok e Instagram come 20 anni fa MySpace!
In tutti questi anni è mancata un'analisi adeguata o adeguatamente conosciuta dei meccanismi non solo tecnici ma anche umani che stanno dietro l’entusiasmo e il disagio, la facilità o difficoltà di sviluppare un pensiero positivo, di fare davvero insieme. E una quantità di iniziative possibili e forse importanti si sono arenate di fronte all’incapacità di web master di scarse vedute di far entrare progetti culturali originali nei loro modelli Wordpress!
Stereotipi e narrazioni di narrazioni, ripetute come se fossero una realtà indiscutibile, miti come quello dell’intelligenza artificiale che risolverebbe i problemi di una società che quei problemi nemmeno sa definire, stanno immobilizzando il mondo di oggi nell’impotenza, proprio nel momento in cui quello che succede, l’ambiente, il clima, l’economia, le migrazioni, le guerre, richiederebbero il massimo dell’intelligenza, dell’iniziativa, della creatività.
La conversazione aperta, l’analisi disanimata di quello che ci piace e non ci piace, la considerazione per le motivazioni di partenza di ognuno, e forse anche la confessione, come in questo caso, del disagio e delle difficoltà personali e politiche dei singoli, fanno parte integralmente di un progetto, concorrono in maniera determinante al suo successo o fallimento. Oggi la tendenza prevalente, che pochi osano mettere in discussione, anche perché è difficile contestare qualcosa che tutti credono ma su cui quasi nessuno riflette, è a "esternalizzare" ogni cosa, come se le regole per le cose da fare, le procedure da seguire, le parole che si possono dire e i pensieri che si possono pensare ci arrivassero dall'alto, precisi, immanenti, senza una nostra intenzione o responsabilità, e l’approvazione o la censura fossero legati a seconda dei casi al rispetto di procedure di mercato piattamente applicate a ogni aspetto della comunicazione, a un politicamente corretto che - pochi hanno il coraggio di dirlo - semplicemente non è umano, o come se la nostra presenza e il nostro ruolo fossero definiti dallo schieramento politico o ideale a cui decidiamo di appartenere o a cui gli altri automaticamente ci assegnano. E poi ci si domanda perché la gente così spesso sta male, mentre si diffondono gli aiuti psicologici on line !
Così come i sogni, le speranze, le visioni, anche l'emotività negativa in cui siamo immersi ha un forte impatto sociale e produttivo, e il non considerarlo è una della ragioni per cui da molti anni, soprattutto in paesi come l'Italia, il tempo sembra essersi fermato in un presente sempre più deprimente e chiuso a ogni possibile sviluppo a venire.
La frequentazione quotidiana dei social media, per come si svolge, è letteralmente addestramento al generale
disimpegno e alla sistematica deresponsabilizzazione, giorno dopo giorno. Ci alleniamo a cavarcela con un "mi piace", a svicolare da una discussione semplicemente andandocene, a evitare sistematicamente quel contatto umano anche solo vocale che negli incontri in presenza, ma anche in una telefonata, a scorrere svogliatamente i messaggi altrui quasi automaticamente collocandoli entro i nostri schemi, a schierarci e a schierare sulla base di pochi indizi superficiali, come si fa con quelli con cui si polemizza abitualmente nelle chat.
Senza generalizzare - che non è mai una cosa saggia - nel mancato confronto aperto con gli altri, si rinuncia comunque a conoscerli per quello che sono e li si riveste di stereotipi, paure, schemi che alla lunga si estendono anche ai rapporti personali, affettivi, intimi, non più soltanto definiti dalla cultura del gruppo sociale, dall'ideologia, dalla religione da cui si proviene, ma in questi anni sempre più rielaborati e standardizzati in modo virtuale sotto forma di spettacoli di "uomini e donne", "grandi fratelli", finti amori e litigi in televisione che appaiono e ci abituiamo a percepire come veri, in cui la meschinità delle motivazioni, la gazzarra i conflitti fanno audience, e con questo si propongono come ingredienti per il successo. Con buona pace dei progressi della psicologia, della letteratura scientifica o artistica, dei movimenti sociali di liberazione, che a un certo punto della storia del secolo scorso erano sembrati poter introdurre progresso, libertà, sincerità nelle relazioni umane
Oggi gran parte della società, in politica, in economia, nelle relazioni sociali, si regge sulla paura, che non deriva tanto da una effettiva non sicurezza, quando proprio dalla solitudine, dalla mancanza degli altri, di altri veri, non stereotipi o simulacri virtuali. E non a caso, sprazzi di vita ed emozioni che sentiamo più genuine e profonde emergono quando il confronto diretto tra umani si può in parte evitare, con l’arte, la musica, l’incontro con la natura, il rapporto con gli animali. Non è vero probabilmente che il cane, il gatto, il coniglietto sono più disinteressati e sinceri degli umani, ma semplicemente, con loro ci sentiamo e siamo noi più vivi e più veri, perché non ne abbiamo paura.
Fuori le upupe stanno più nascoste di come me le ricordavo, alcuni giorni sembra quasi che se ne siano andate, ma dopo un po’ ricompaiono. Dai messaggi che ho mandato attraverso la rete a spasso per il mondo, qualche riscontro arriva, magari più dall’India e dall’America latina che non dall’Italia. Da qui una persona eccellente, che però non conosco da molto, mi mette in guardia in un breve messaggio dal pericolo di idealizzare l’infanzia. Io so che non l’ho mai fatto, che metto i bambini al centro del mio progetto sulla base di decenni di esperienza e conferme, in cui li ho visti, con una regolarità che trova pochi riscontri nella scienza da laboratorio, mettere assieme natura e cultura, ragionamento ed emozioni, corpo, mente e macchine, come la nostra società oggi non è in grado di fare. Cioè, per risolvere una serie di problemi in cui siamo, possiamo letteralmente imparare da loro.
Si tratterà di cercare con convinzione e trovare il modo giusto di lavorare insieme, in un gruppo via via più ampio e possibilmente con un metodo sempre più efficiente.
Servirà riunire, catalogare, collegare tra loro in una rete adeguata le informazioni, i dati, i pensieri, in modo funzionale a un progetto che si sviluppi, senza dovere, tutte le volte che si parla di bambini, ricominciare ogni volta più o meno da capo, o scontrarsi con luoghi comuni quasi sempre più forti e determinanti delle verità scientifiche.
L’altra notte era davvero brutto, e il dormiveglia inquieto era proprio centrato sul non riuscire più a fare le cose, come un’idea fissa per cui non c’è rimedio, che avviluppa e blocca il sonno. Allora ho abbandonato l’inutile letto, ho acceso il portatile, ho incominciato a scrivere queste note, ed è subito stato un sollievo, tranquillizzante, terapeutico. Le ho riprese qualche giorno dopo, riletto, corretto, dato al tutto una forma e una logica migliori e lavorato su assonanze e suggestioni – per una prosa decisamente fuori dal campo dall’intelligenza artificiale! - e ho aggiunto le parti che mancavano. Così com’è, ora mi piace abbastanza e vado quindi a pubblicare, come proposta personale e politica al margine di un progetto chissà importante…



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