mercoledì 8 febbraio 2017

Le catene al collo nel gregge della "tecnologia"

Una volta era semplice. Non volevi ricevere chiamate o SMS mentre dormivi, o avevi il telefonino quasi scarico e non ti fidavi a lasciarlo attaccato alla corrente di notte perché non si sa mai il gatto ti poteva mordicchiare il filo, mettevi la sveglia e semplicemente lo spegnevi. Dopo di che, in quasi perfetto risparmio energetico (senz'altro più risparmio che doverlo tenere sempre acceso, come siamo costretti a fare oggi!), lui all'ora stabilita suonava. Con il "progresso tecnologico", questa cosa banale e che qualcuno magari trovava utile non si può più fare più. Perché?

Quando i telefonini servivano per telefonare
Se si pone la domanda, il solito saccente tecno entusiasta ovviamente non ti risponde (giratela come volete: non c'è una risposta!), ma ti rivolge un'altra domanda: "E perché mai uno dovrebbe usare la sveglia con il telefono spento?" accompagnandola probabilmente con una frase che è la madre di tutti gli integralismi: "Tanto, non lo fa più nessuno!"

Ora, le ragioni per cui a una nicchia magari ristretta di utenti la funzione sveglia a telefono spento potrebbe ancora interessare, vanno dallo sfizio personale all'emergenza assoluta (compresa la difficoltà di ricarica quando la porta USB fa le bizze!), ma l'altra domanda è semplice: se una funzione c'è, costa poco e qualcuno la usa, perché toglierla?

I computer da tavolo "all in one" di Apple e ora anche il Surface Studio di Microsoft non hanno più l'unità di lettura e masterizzazione ottica (così possono contendersi in una gara appassionante la palma dello schermo più sottile!). L' idea che propongono è che i dischi siano ormai obsoleti (e difatti nei negozi non si vedono più da tempo CD audio, DVD video, blu-ray... Non è che ci stiamo confondendo con le musicassette?) e il solito tecno entusiasta ti dice, con aria di sufficienza: “Io i CD non li uso da anni! Chi vuole, si compra un unità esterna!”
Ma, a parte che il masterizzatore esterno che pende mi rovina l'estetica di un oggetto in cui l'estetica è tutto, se mi serve e decido di aggiungerlo vuol dire che so già che cosa un computer può fare con un disco ottico. Ma il bello dei PC è (o forse lo era solo un volta?) che tu hai un aggeggio ricco di un insieme di possibilità pressoché infinite e che, a parte le cose che fai perché le devi fare o perché le fanno tutti, ce ne sono tantissime altre che puoi scoprire, esplorando, curiosando, giocando. È così che – per inciso - si sono formate intere generazioni che poi hanno fatto la storia dell'informatica, con quella spinta “dal basso” che ha determinato tra gli anni Settanta e Novanta un progresso che non avremmo mai avuto, se solo ci fossimo affidati ai piani e agli studi delle grandi aziende che allora avevano il dominio quasi assoluto del mercato, IBM e Microsoft.

Quando ai bambini si dava in mano il loro film, in DVD o VHS
Così oggi i dischi ottici nei PC non servono più perché sta tutto nel cloud (e per vedere il blu-ray che mi hanno regalato devo possedere l'apposito lettore da collegare al TV 4K: altri prodotti, altro mondo! Mentre ovviamente i video 4K fatti con il telefonino li giro rigorosamente in verticale, tanto vanno visti solo sul telefonino!) e le giovani generazioni che arrivano adesso possono bellamente ignorare che una volta i dischi ottici si potevano non solo vedere, ma aprire, frugare, rielaborare con un computer, e si perdono per sempre trent'anni di cultura digitale, in un tempo in cui la memoria si misura a terabyte, ma rigorosamente non deve andare più indietro degli ultimi sei mesi, e il passato è niente! E chi accetta questo trend, gente che sembra non saper distinguere tra un Macbook Air e un PC da tavolo, usa argomenti allucinanti: siccome Block Buster chiude negozi, allora i dischi ottici nei computer non interessano più a nessuno! Altro che integralismo islamico!

Le nuove Mercedes classe E non hanno la ruota di scorta, non hanno il ruotino, se buchi una gomma, arriva l'assistenza! Cercando in rete ho trovato un articolo divertente su questo nuovo “trend” e ho capito come funziona. Adesso so che con la mia nuova Mercedes classe E non viaggerò mai in un deserto Africano o nelle foreste del Borneo, ma sempre e rigorosamente solo in Germania!

Una volta si magnificava della tecnologia l'enorme ventaglio di possibilità che si aprivano per chiunque. Oggi, da alcuni anni, sta succedendo il contrario. Un sacco di funzioni che forse non interessano alla maggioranza, o che potrebbero non interessare, vengono semplicemente tolte, in modo che, invece di avere più possibilità di scelta, siamo tutti costretti ad adeguarci, a seguire il gregge, sempre più dipendenti dal pastore onnipotente e dai suoi cani. Non ci sono emergenze o casi particolari, scelte personali che tengano, c'è sempre meno, se uno non se la va proprio a cercare - ma allora deve sapere già, spsso oltre e contro un mercato orientato sempre più alla gran massa degli utenti modaioli e semi-analfabeti - la possibilità di configurare le macchine secondo i propri gusti, esigenze, curiosità. C'è un raggio di normalità stabilito da chi produce le cose e tu entro quello devi muoverti.
Altro che “on demand” e mercati di nicchia: è il trionfo assoluto e incontrastato della TV generalista!

Ah, per gli eventuali lettori senza troppo senso dell'umorismo (specie sempre più diffusa, che magari passa anche dal mio blog): quando scrivevo della “mia nuova Mercedes classe Estavo scherzando, non ho una Mercedes classe E!

martedì 24 gennaio 2017

Elogio della videocamera

Oggi le videocamere amatoriali sono quasi scomparse dai negozi, perché la gente non le usa più. I dilettanti evoluti e anche molti professionisti usano le macchine fotografiche reflex, mentre tutti gli altri fanno i video con i telefonini, per lo più tenendoli verticali, in modo da non correre il rischio di confondere le loro produzioni amatoriali con quelle "vere"! Poi ci sono le action cam, da montare sulla mountain bike, il casco della moto, la prua della Bugatti d'epoca alla Mille Miglia, o da appendere a un drone professionale. E i droni economici e giocattolosi, se pur più sensibili ai colpi di vento, già te li vendono con una leggera e discreta telecamerina, che per pochi euro in più puoi direttamente controllare dallo smartphone o dal tablet, che fanno da monitor e telecomando insieme.

Tecnicamente, da quando le memorie allo stato solido hanno sostituito nastri magnetici e pellicole, la forma dell'aggeggio non è più legata al supporto di memoria. Curiosamente però le macchine fotografiche reflex continuano però ad essere esteriormente molto simili alle loro antenate a 35mm, la qual cosa, rispetto alla videocamere propriamente dette, quando si fa un video presenta lo svantaggio, dal punto di vista dell'ergonomia e della maneggevolezza, di doverle tenere sempre con due mani.

Per chi lavora poi per esempio nella scuola e con i bambini, per chi ha bisogno di frequenti inquadrature rasoterra, sopra la testa o negli angoli, alla ricerca di punti di vista particolari (che per i ragazzi sono interessanti) o di insetti o ragni che non ci stanno a mettersi proprio davanti a noi in posa, avendo in mano un oggetto leggero che si può impugnare saldamente come si vuole, una videocamera è senz'altro più versatile di una reflex, permette di passare dal panorama al super macro senza cambiare obiettivo, ha sempre un schermo orientabile (disponibile sulle reflex solo a un certo livello), ha un microfono incorporato di solito più che soddisfacente, con un rumore di fondo limitato (non obbliga cioè all'uso di un ulteriore microfono esterno), si può dare con più tranquillità direttamente in mano ai ragazzi e, particolare non da poco, costa molto di meno.
Questo ovviamente se non ci serve una qualità video di livello superiore, perché in quel caso il discorso si ribalta, dove sono le reflex a costare meno delle videocamere professionali.

Data la diffusione ormai capillare delle macchine per fare il video, per qualsiasi "film" si realizzi per esempio in una scuola, facilmente si possono utilizzare contemporaneamente molte macchine diverse - come una volta era possibile solo nelle produzioni importanti – mettendo assieme videocamere, macchine fotografiche, telefonini e altro.
Le action cam sono spettacolari, alcune piuttosto convenienti dal punto di vista economico, ma hanno obiettivi super grandangolari che non le rendono indicate per riprese "normali".
I telefonini ormai possono fare di tutto, anche video in super alta definizione (K4), ma date le dimensioni ridotte degli obiettivi, hanno limitazioni nel macro e nello zoom.
Per mettere poi tutto insieme, anche programmi di montaggio economici hanno ormai la funzione "multicam", che permette di sincronizzare le riprese dei diversi dispositivi (ovviamente, se i telefonini sono tenuti verticali, ci sarà poi qualche problema di formato!)

Ieri, per il laboratorio "I film in tasca", con i ragazzi di Siena, ho portato anche una videocamera vecchia di 10 anni, di fascia media, non HD, ma che tra le sue diverse funzioni consente di realizzare riprese all'infrarosso. Abbiamo girato alcune scene al buio, ovviamente di genere horror, e poi le abbiamo scaricate sul computer dalla cassetta mini DV attraverso il cavo e l'interfaccia video firewire(altra cosa ormai scomparsa e quasi dimenticata da più, in questi tempi di obsolescenza ossessiva).
E il risultato, mischiando queste riprese con quella della videocamera HD, è stato decisamente interessante.

giovedì 19 gennaio 2017

Quando nella scuola si sgonfia la bolla digitale...

Premetto: sono un presuntuoso e su certe cose non ritengo vada la pena di ragionarci più di tanto. Cioè, se si hanno idee e progetti e si vogliono portare avanti, non si può passare metà del tempo a confutare le sciocchezze altrui.
Così, quando intravedo in Facebook parole di insegnanti sul probabile sostanziale fallimento del PNSD, non vado a leggere la sfilza lunghissima di commenti, ma suppongo che la sigla (grandi cose le sigle, e la mia preferita attraverso i decenni resta MinCulPop!) per esteso si riferisca al Piano Nazionale per la Scuola Digitale e così, non senza un sorriso di soddisfazione, sono qui a fare alcune considerazioni.
Dunque, la scuola come istituzione (diverso ovviamente il discorso per i docenti che, singolarmente o a gruppi, hanno fatto e fanno cose egregie) di computer, informatica e digitale non ha mai dato l'impressione di capirci molto. Dato che qualche anno e ricordi ce l'ho, riassumo.
 
Uso intelligente di aula informatica: programmazione in LOGO
Nel 1985, erano già alcuni alcuni anni che maestri e professori volenterosi cercavano invano di scrivere in BASIC programmi per gestire gli orari scolastici (mission impossible!). La scuola se ne esce con allora il primo Piano Nazionale per l'Informatica, della Falcucci, basato sull'apprendimento del BASIC e dell'MS-Dos. Un colossale sciocchezza, e non col senno di poi - giuro che scappava da ridere anche allora! - perché l'anno prima era uscito il Macintosh ed era assolutamente chiaro che per usare i computer del “futuro” non sarebbe servito imparare a programmare, ma sarebbe bastato un dito! Ma vallo a spiegare al Ministero che i pc saranno d'ora in podi macchine più per letterati, artisti e poeti che per matematici!

Arrivano poi gli anni Novanta, le “aule informatiche” del Ministro Berlinguer: carrettate di pc (e di soldi) spesi per riempire di le scuole di ferraglia (hardware), comperate tutte insieme (per poi domani buttarle via tutte insieme). Carrettate di pc di cui nessuno sapeva bene cosa farne, anche perché nessuno dava indicazioni sul loro possibile uso e sui programmi (software). Il modello di aula informatica – per inciso – risale agli anni Sessanta, cioè non c'entra niente con i personal computer, che viceversa – e non col senno di poi, dato che io ed altri lo andavamo ripetendo allora, e per questa stavamo antipatici – nelle scuole andrebbero tenuti in classe e usati quando servono, per scrivere, disegnare, fare simulazioni, grafici, calcoli e quant'altro, utili strumenti per tutte le materie.

Nel frattempo, non solo nella scuola, ma in tutta quanta la società civile, si moltiplicavano i corsi di “informatica” basati essenzialmente sull'Office di Microsoft - magari sarebbe stato meglio chiamarli corsi di dattilografia! - confermando l'idea che per l'appunto l'Office sarebbe la base su cui si misura l'uso dei computer, su cui addirittura si rilascia una Patente Europea! Cioè, se io non so usare tutte le funzioni matematiche di Excel, non posso “guidare” un computer per fare grafica, video o musica, perché non avrei le competenze di base! Follia!
Uso attivo della LIM in una scuola primaria

E venne il tempo delle LIM, l'ennesima “rivoluzione”, con annessa fiera delle bestialità. Sentito con le mie orecchie in convegni ufficiali importanti: “Bisogna mettere le lavagne digitali nelle scuole, perché pensano come loro!” (??? NDR: i “nativi digitali”!) Oppure, ripeto con parole mie quelle di un tizio del ministero: “Non diciamo alle maestre che sotto la LIM c'è un PC, così non si spaventano!”

Poi venne il tempo dei Tablet, magica soluzione per ogni cosa, rassicurante rivoluzione nel segno della continuità, a salvaguardare l'idea di una scuola di libri e lavagne, sì ma digitali! Il pc è superato, il mouse è superato, tutto si fa con un dito che accarezza lo schermo (tutto cosa?). Domanda maligna, a quegli istituti che a un certo punto decidono di imperniare il loro futuro sui tablet (quelli nudi e crudi, originali, senza tastiera annessa): “D'accordo che vanno benissimo per leggere, ma nella scuola non è che vi capita per caso anche di scrivere?).
Anche i gatti sono nativi digitali e "sanno usare" i tablet!

I tablet, per la loro “natura”, sono macchine orientate alla consultazione più che alla produzione, e confermano l'idea corrente che la “rivoluzione digitale” sia poter leggere il giornale e guardare la TV sull'aggeggio portatile. Questo evita che la gente (i consumatori, i cittadini, gli studenti) si rendano conto che i giornali e la TV, usando i PC, la rete, l'intelligenza e soprattutto collaborando tra gli umani, oggi possiamo letteralmente farceli da noi!

Poi, finalmente, il Coding! Cioè, in una scuola dove la stragrande maggioranza di docenti e anche di ragazzi non sanno tagliare una fotografia, dove le attività anche le migliori di regola (a parte le eccezioni di pochi insegnanti benemeriti, volenterosi e spesso mal visti dai colleghi) non vengono documentate o lo sono in modo improvvisato e approssimativo, cioè si è rinunciato in partenza a quella produzione di memoria che è il senso forse più profondo dell'era “digitale”, in questa scuola ferma a decenni fa, adesso tutti si mettono a studiare programmazione! Eeeh?

Chiedo scusa, ma se ora l'idea di una scuola "digitale", popolata di ossimori (gli animatori digitali, dove l'animazione è per sua natura euristica, il digitale algoritmico, concetti e metodologie che non stano bene insieme, proprio no!), docenti messi lì dai colleghi più furbi a barcamenarsi per trovare un senso educativo e didattico in definitiva ai capricci del mercato, questa idea davvero sta perdendo appeal e consensi, allora è un buon giorno per la scuola italiana. Un'occasione forse - se la si vuole cogliere - per ripartire dai bambini, dai ragazzi, dalle persone che nella scuola ci lavorano, e trovare magari un senso vero vissuto, necessario anche alla tecnologia, che a questo punto si potrebbe rivelare finalmente – sorpresa! - non solo utile, ma bella, facile e perfino divertente!

giovedì 19 maggio 2016

Come si tira fuori la GoPro dalla scatola?

In questi tempi di tecnologia di massa, uno dei problemi principali è che spesso non si sa chi sa che cosa. I mezzi sono sempre più facili da “usare” (cioè, hanno mille funzioni e uno magari ne impara tre, ma se possiede l'ultimo modello si sente un drago della tecnologia) e ciò che è intuitivo per alcuni a volte è incomprensibile per altri. Nel complesso, subiamo la tecnologia più guidarla, e se no non vivremmo in un mondo in cui è necessario bruciare le novità nel giro di sei mesi per dare ad intendere a un pubblico composto in gran parte di semi analfabeti che si stanno apportando chissà quali innovazioni.

Mi ricordo, a proposito agli albori della cultura digitale, il mitico manuale di un software per il mio glorioso home computer. Nel menu delle applicazioni di una specie di office, c'era un comando: «Manda i file allo spooler». E la domanda sorgeva spontanea: “Che cosa è lo spooler?” Allora andavo a vedere nelle istruzioni, dove ti spiegavano così, più o meno: “Se si fa clic sul comando “manda un file allo spooler, il file viene inviato allo spooler”. Fantastico!

I manuali seguono spesso logiche loro insondabili, e sono prodighi di frasi come: "Inserire le batterie in modo che i poli coincidano con quelli indicati sul telecomando!" 
Poi succede però che, a chi si compra quel concentrato di tecnologia che sono le action cam GoPro, tutto venga detto delle operazioni preliminari, tranne come staccarle dal piedistallo! Sono lì belle, minuscole e per questo probabilmente un po' fragili nella loro elegante confezione – espositore.
Citazione, da quella fantastica piazza virtuale di muta collaborazione che può essere il web:

“Ho preso la gopo hero 3 silver, e non riesco a staccarla dalla sua base quadrata? Non ci sono istruzioni a riguardo e non vorrei romperla! Grazie in anticipo!!!”
“Ahahahahaha, non sai i problemi che avuto io per aprire il case :D
Comunque ha un attacco a molletta. Devi premere forte le due alette che stanno dietro senza avere paura di romperle. Quando le avrai premute spingi tutta la videocamera in avanti facendola scivolare sulla base, ed il gioco sarà fatto”!

Poi, si tratta anche di capire il significato della parola “accendere” che, così nel manuale come nelle molteplici recensioni della GoPro 4 Session, cubo piccolissimo e molto bello (non sarà la migliore della famiglia come prestazioni, ma in quanto a estetica è l'unica che non sembra una specie di Frankenstein!), dai comandi ridotti all'osso, viene riferita solo al tasto grande, l'unico immediatamente visibile, più o meno in questi termini: «Schiacciandolo si accende, fa tre bip e comincia a registrare; schiacciandolo di nuovo smette di registrare a automaticamente si spegne».

E per le regolazioni, i “menu” richiamabili dall'altro tastino minuscolo sul retro? Bisogna forse schiacciarlo veloci come un lampo durante i tre bip iniziali, o ancora più svelti alla fine di una ripresa, così che si ricordi le impostazioni la prossima volta che la “accendiamo”? Cosa da crisi di nervi! O che forse, quando ti scrivono: “premi il pulsante info-wireless", si intende che lo si può fare a macchina “spenta”?
Magari non sarebbe inutile informare più chiaramente che anche schiacciando il tastino piccolo la GoPro Session si accende, mostrando le possibili impostazioni che poi si selezionano col tasto grande, e consentendo anche di attivare il wifi con cui può essere meglio comandata usando la relativa app, dai telefonini Android, Apple o Windows.
A questo punto, sullo app dello smartphone troviamo anche un tasto “spegni”. Ma anche dopo lo spegnimento il wifi vive e lampeggia, in attesa di un eventuale comando “riaccendi”. Lui continuerebbe così all'infinito, se non si va ancora a pigiare il tastino piccolo, fino a che non compare la scritta in inglese “spegni il wifi”, Clic allora sul tasto grande, e la GoPro Session si acquieta del tutto.
Anche a questo, uno ci deve arrivare per intuizione, oppure andare alla sezione “risoluzioni di problemi: “Come spengo la videocamera?”

venerdì 1 aprile 2016

C'è una app per tutto? Ma anche no, per carità!

Ci sono applicazioni che servono per fare le cose. Una volta le chiamavamo “programmi” o “software”. Servono per scrivere questo articolo, per elaborare una foto, per fare musica, per collegarsi alla rete come utente o per organizzare il proprio sito web o il blog. Vanno installate sul computer, telefonino, tablet, oppure sono utilizzabili direttamente on line. Cosa sia meglio, dipende dalle circostanze, dai gusti, dalle abitudini di ognuno.
Io per esempio, per scrivere cose come questo articolo preferisco in genere lavorare off line con un programma di testi installato nel computer e poi incollare quello che ho scritto nella maschera del blog, che si basa invece se un software residente in rete. A volte mi capita di avere idee mentre sono in giro, e allora incomincio a scrivere direttamente dallo smartphone, depositando il contenuto in rete in uno spazio mio nel cosiddetto cloud, che è sincronizzato con tutti i dispositivi che uso. Di modo che poi possono continuare il lavoro con il tablet, il pc portatile, o anche il tower di casa. Ci sono programmi per cui adopero solo il pc grande, per esempio per montare i video, utilizzando due monitor. Mentre il software per accordare la chitarra è decisamente più comodo sul telefonino!
Ci sono però app che non sono programmi veri e propri, ma più propriamente “scorciatoie” verso pagine web, che in maniera più agile e rapida mi collegano direttamente alla banca, al provider telefonico, all'agenzia di viaggi, e così via. Se sono servizi che uso spesso, conviene installarle. Convengono anche per esempio quelle che da una sola schermata di partenza consentono di accedere a gran quantità di giornali, TV, radio.
Ma se un servizio lo utilizzo solo una volta ogni tanto, oppure se il link alla pagina di Wikipedia mi viene dato in tempo reale da un motore di ricerca, eventualmente combinato con un “assistente personale”, il tutto con la rapidità del wi-fi o del 4G, è molto più comodo e agevole usare un solo browser, eventualmente con la sua bella lista di “preferiti”, che non una quantità spropositata di app, che mi intasano inutilmente la memoria del telefonino.

E invece, siamo alle solite. Nel momento in cui si introducono le innovazioni, a decine, a centinaia, ogni “innovatore” che ci si propone si comporta come se ci fosse solo lui. Tutti, per “facilitarci la vita”, ci impongono un nome utente e una password, e adesso anche ci vincolano ad una apposita app, naturalmente da scaricare e installare. Decine, centinaia di app, che ci consentono di fare cose prima impossibili come, per esempio, ordinare una pizza!

Ognuno ovviamente col suo telefonino e tablet ci fa quello che vuole ma, tra gli effetti collaterali di questa inflazione di app monouso e monodose, a prova di analfabeti, c'è proprio una caduta tendenziale del tasso di alfabetizzazione necessaria per poter utilizzare gli aggeggi digitali che, se da un lato permette a tutti, proprio a tutti, di usarli (democrazia?), dall'altro abbassa il livello di consapevolezza collettiva di quelli che in fondo sono soltanto i linguaggi su cui si basa la società dell'informazione, che ormai tutti parlano, che pochi sanno leggere e sempre meno, in percentuale, sanno e sapranno scrivere.
Così, non solo i computer, che sono le macchine con cui si fa la società dell'informazione, ormai appaiono nell'immaginario collettivo come dispositivi obsoleti e in via di estinzione, perché su facebook si va più comodamente con un tablet (!), ma la stessa rete telematica planetaria viene sempre più frequentata da gente che forse nemmeno lo sa di essere in rete, che vi accede come a un supermercato globale che offre servizi ai suoi clienti, senza più neanche l'idea che ci sono rotte attraverso cui si può navigare, link che magari potremmo organizzarci noi, perché ogni indirizzo e ogni funzione vengono raggiunti direttamente attraverso un apposita app.
È la morte del web, la rinuncia alla cittadinanza attiva digitale, la “comodità” che alla lunga uccide la consapevolezza del mondo, virtuale o reale che sia, in cui viviamo.
Fino a ieri si diceva: vai a vedere il nostro sito.Troppo difficile! Ora si dice direttamente: scarica la app! E il processo di de responsabilizzazione è completo!

Forse non è una caso se in anni recenti, alla sempre più planetaria e capillare diffusione di “tecnologia”, non si può certo dire corrisponda un aumento dei livelli di partecipazione democratica, dialogo, conoscenza reciproca e collaborazione tra gli umani. Ma si tratta di due discorsi che forse non hanno alcuna relazione tra di loro, anzi, sicuramente richiedono due app differenti!

lunedì 28 dicembre 2015

Il digitale e Babbo Natale!

Una buona abitudine che forse dovremmo prendere, in questo mondo che ci ripetiamo essere in continua e tumultuosa trasformazione, è quella di periodicamente ripensare certe categorie mentali attorno a cui il nostro pensiero ruota e si sviluppa, se permangono valide nel tempo o se a un certo punto si svuotano parzialmente o totalmente di significato. A cominciare dall'idea stessa della continua trasformazione, che non ci spiega come, se certi aspetti della nostra vita in effetti sono cambiati molto in pochi anni, altri ci sembrano addirittura segnati da una immobilità avvilente. Per non parlare dell'assioma secondo il quale le tecnologie informatiche sono una cosa da "giovani", che forse andrebbe un pochino rivisto, se non altro perché lo ripetiamo da oltre 40 anni! 

Molto suggestiva, al suo apparire, fu questa idea degli "ambienti di apprendimento digitali". Ma, a parte la bellezza delle parole, a un certo punto la domanda va fatta: ha davvero un senso parlarne? 
A parte questo articolo che sto scrivendo nel cloud, iniziato in treno su un tablet e completato poi nel browser del pc tower di casa, a parte le 3 mappe nel telefonino che mi danno una netta chiara visione satellitare anche di casa mia, a parte gli annunci di fine anno sui giornali che il 2016 ci porterà finalmente una realtà virtuale che funziona (e sarebbe anche ora!) dopo decenni ormai che ci smanetto, che animatamente ne discuto, che osservo da vicino adulti e bambini variamente trafficare con gli aggeggi informatici facendo di tutto, la parola "digitale" mi provoca un sincero fastidio, usata com'è ormai senza un significato preciso (che pure avrebbe) come un jolly universale per imporre al mondo un'ineluttabile  modernità legata alle leggi universali del mercato!

Dopo tanti anni di esperienza, direi anzi che si può incominciare a dirlo: non esiste un apprendimento "digitale"!
E' vero che sono cambiate e anche profondamente le forme di produzione, elaborazione, archiviazione, trasmissione e comunicazione delle idee, ma non si può non rilevare che, per esempio, le idee stesse che passano nelle comunità degli umani sembrano  ricalcare sempre più gli slogan della comunicazione pubblicitaria, piuttosto che beneficiare della ricchezza della rete. E le "descrizioni" del nuovo si svolgono per lo più per sillogismi: Siccome i "nativi digitali" stanno sul web o al telefonino, "quindi"... Dopo di che ognuno fa vangelo delle cose che crede di avere capito, o che si sta immaginando, e con quelle pretende di spiegare il mondo intero. 

Chiacchiere! Che in un libro stampato, un ebook, sul web o al bar, fondamentalmente chiacchiere restano, che ormai nessuno ascolta. Tanto è vero che, a dispetto di un'orgia di strumenti per comunicare mai così abbondante nella storia dell'umanità,  la comunicazione reale tra le persone, i gruppi, le culture, le etnie, le nazioni, sembra ogni giorno sempre più difficile. E sulle colonne parallele di giornali, blog, riviste web, convivono e non comunicano gli articoli che magnificano gli ultimi gadget digitali che una volta di più ci "cambieranno la vita" con quelli che parlano dei muri che si innalzano contro i migranti, come si trattasse di due pianeti distinti! 

L'impressione è che ci hanno messo al tappeto con una overdose di tecnologia che ci espone al rischio di una allucinazione digitale permanente, mentre un dio mercato proto industriale ripete all'infinito i suoi mantra obsoleti (il liberismo è un sogno del Millesettecento!) per non farci capire che con gli aggeggi, se li usassimo fuori dalla gabbia di ideologia in cui ce li confezionano e ce li vendono, forse potremmo davvero cambiare il mondo reale, o almeno agire in modo attivo sulla società civile, la politica, l'economia, la natura, l'ambiente, che viceversa, con lo sguardo fisso nel display del nostro smartphonepercepiamo rassegnati come sempre più al di fuori di ogni nostro possibile controllo. 
Il mondo reale, concreto, sensibile e sociale, non solo teorico e virtuale, che è l'unico vero ambiente salutare di apprendimento e di crescita per gli esseri umani. 

Ovviamente, queste sono le mie idee, per quanto non credo campate per aria, e non l'ennesimo vangelo, e mi piacerebbe sapere altri che cosa ne pensano, magari con un piccolo commento in questo blog. 

Mentre osservo un po' basito il suggerimento di viaggio sul display del mio telefonino, che mi indica con dovizia di particolari tutte le stazioni del treno locale che dovrei prendere da Milano verso la Brianza, ma che fino alla stazione di Brescia mi vorrebbe fare andare a piedi! Eppure, per gli spostamenti in città, la stessa app mi indica con precisione le fermate della metropolitana e tutti gli autobus, ma... evidentemente non riesce a mettere insieme le due informazioni. 
Meraviglie e limiti del "pensiero digitale"!

domenica 25 ottobre 2015

Libri di carta e ebook: “futuro” o ideologia?

Leggo su Facebook un post di Roberto Maragliano. C'è il link a un libro di Tim Parks, un libro di carta, che parla in modo ironico di certe abitudini dei lettori del giorno d'oggi, e da cui è tratta questa citazione, che mi lascia francamente allibito:
«L'e-book, eliminando tutte le variazioni nell’aspetto e nel peso dell’oggetto che teniamo in mano e scoraggiando qualsiasi elemento che possa distogliere la nostra attenzione da un preciso punto della sequenza di parole (la pagina già letta scompare, quella successiva deve ancora apparire), sembrerebbe avvicinarci all’essenza dell’esperienza letteraria più del libro cartaceo (…) . È come se fossimo stati liberati dai fattori estranei capaci di distrarci dal testo e potessimo concentrarci sul piacere intrinseco delle parole . ».
Irrispettosamente, ho commentato: “Eeehhh?”

Ma questo dove e come legge, e cosa scrive? E perché mai in questo mondo così “connesso”, tanta gente si può permettere di prendere la propria personale, particolare, limitata esperienza, o addirittura sensazione, per farne paradigmi generali con cui interpretare tutto quanto il mondo?
Chi ha scritto quelle cose, forse gli ebook li legge con un chip collegato direttamente al cervello, ma io per esempio li leggo per lo più su un tablet, dove mi compaiono avvisi di email e messaggi. La “Costituzione della Repubblica Italiana” ce l'ho addirittura su uno smarphone, così che la lettura mi può essere interrotta da una telefonata. E lo schermo poi, dispositivo Kindle o Kobo, PC, tablet o smartphone appunto, dimensioni e risoluzione, fattore di ingrandimento: ci sono diversi elementi materiali e variabili soltanto relativi allo schermo che si frappongono tra le parole e la lettura di un oggetto immateriale come un ebook!

C'è poi un commento che mi lascia una sensazione ancora più strana. Dice la sua autrice di amare i libri di carta, ma di considerarli la “memoria storica di una modalità di lettura che non mi appartiene più". Uno potrebbe anche pensare "problemi suoi", e invece no! Perché prosegue così:" "Mi spiace solo sapere che la scuola e gli insegnanti non riescano ad adeguarsi a questo nuovo mondo digitale".

Adeguarsi, “mondo digitale”? Ho paura! E faccio qui due considerazioni.

Il libro da taluni veniva dato per morente già nei primi anni Ottanta, con l'apparizione delle video cassette. Che cosa c'entrano il libro e le video cassette, va a saperlo, ma è un segno di come, più dei ragionamenti e delle considerazioni tecnologiche, in certi discorsi valga l'ideologia! Ci si fissa in testa un'idea di "futuro" e le capacità di pensiero critico si dissolvono come fumo al vento.
Di fatto, sono scomparse nel frattempo le video cassette, sia dai video registratori che dalle videocamere; sono a rischio di scomparsa i dischi ottici, CD audio, CD ROM, DVD video ecc., inglobati in quel mostro divora tutto che è il cloud, (e a mio modesto parere c'è da augurarsi per il bene dell'umanità che non succeda mai, perché il cloud, a differenza dei personal computer e del World Wide Web, ha i suoi padroni!); sono inutilizzabili le prime enciclopedie digitali uscite a suo tempo su dischetti da 3”1/2 e anche quelle che si basavano sulla compatibilità con Windows 3.1; sono scomparse le musicassette e i walkman; i dischi di vinile sono diventati una cosa puramente sfiziosa come le carrozze a cavalli per i turisti di Roma; i vecchi televisori attaccati all'antenna non vanno più senza un decoder; sono passate talmente velocemente che nessuno se ne è accorto tecnologie che al loro apparire venivano annunciate come il “futuro”: videodischi laser analogici; musicassette digitali; mini disc, cassette professionali audio DAT... e che altro?
Di tutti i media che negli ultimi decenni abbiamo usato, uno solo è rimasto: il libro!

Vero è che, dopo decenni di tentativi maldestri, formati improbabili e scomodi che, dopo i primi approcci entusiasti, ci facevano abbandonare l'idea di leggere per esempio i “capolavori della letteratura straniera” o la “poesia del mondo” in CD ROM, gli attuali ebook sono per il libro di carta un concorrente serio e agguerrito (finalmente!) Ma la ragione per cui, pur perdendo il ruolo quasi esclusivo che ha avuto per diversi secoli, il libro di carta non scomparirà mai, è molto semplice, ed è tecnica, il suo sistema operativo: il libro è l'unico medium che si interfaccia direttamente agli umani, senza elettricità, senza “lettori”, senza il pericolo che domani qualcuno (qualcun altro, non noi!) ci cambi le carte in tavola, e succeda come per quel software multimediale che io userei ancora perché così non ne fanno più, ma non gira su Windows a 64 bit, o come sta accadendo – mi dicono – a quelli che hanno aggiornato il Mac al sistema X Yosemite, e che si ritrovano con metà dei programmi che non vanno più!






E a certi cantori odierni del digitale senza se e senza ma, vorrei chiedere di riflettere se possa essere davvero considerata una “rivoluzione” un mondo di utenti che leggono i libri e i giornali e guardano i video su un tablet, del tutto ignari che con la tecnologia di oggi tutti noi potremmo scrivere e pubblicare i libri e i giornali, e fare la televisione, a ottimi livelli.
Il problema è che si continua in modo acritico (e a questo punto direi perfino sospetto) a fare confusione tra “tecnologia” e marketing, e che il trend industriale oligopolistico degli ultimi anni sta scavando un solco incolmabile tra una élite sempre più piccola di produttori e la gran massa dei consumatori, a cui si propinano aggeggi usa e getta che non richiedono più nessun tipo di competenza per essere “usati” (a un centesimo delle loro possibilità, ma questo è un dettaglio!) Esattamente il contrario di quello che negli anni Ottanta e Novanta sembrava prospettare la rivoluzione digitale!
E il mio personale pensiero è che in un mondo in cui il consumatore tipo di aggeggi digitali è di fatto sempre più analfabeta, la contrapposizione tra i libri di carta e gli ebook sia tutto sommato un problema secondario!